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Mercoledì 11 Dicembre 2019, ore 02.25
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La logica della guerra

La precettazione di banche centrali e mercati

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Trump ha graziato l'auto tedesca per sei mesi, rinviando l'eventuale introduzione di dazi del 25 per cento a novembre, quando si insedierà la nuova Commissione europea. I mercati hanno festeggiato (comprensibilmente quelli europei) e non hanno voluto cogliere il corollario di questa decisione, ovvero il fatto che Trump si prepara a un lungo conflitto con la Cina e che le speranze ancora coltivate dalle borse di un accordo a fine giugno, quando Trump e Xi si incontreranno al G20, sono probabilmente illusorie.

Graziare l'auto tedesca (o meglio sospendere la pena da infliggerle) non costa molto a Trump. La questione può essere benissimo trascinata fino a ridosso delle presidenziali e costituire un buon argomento di propaganda negli stati del Midwest, a partire dal Michigan, in cui è ancora concentrata la produzione delle case storiche del settore. D'altra parte, di fronte al persistere della minaccia di dazi, le case europee e giapponesi, ogni volta che progettano nuovi modelli da vendere in America decidono ormai di non produrli più a casa loro ma nel sud degli Stati Uniti, dove Trump può presentare i nuovi impianti stranieri agli elettori e consolidare il suo vantaggio nella regione.

I dazi sulle auto importate (generalmente di fascia alta) sono molto impopolari tra i compratori, che sono in prevalenza maschi bianchi ed elettori repubblicani (i democratici ricchi comprano le Tesla). Rinviando l'introduzione dei dazi Trump evita di irritare una parte importante della sua base (e i congressisti che la rappresentano) mantenendo comunque puntata l'arma contro i produttori europei che, resi docili, continuano a spostare produzione negli Stati Uniti o comunque nell'area Nafta.

Con il rinvio dei dazi l'America cerca anche di recuperare quantomeno la neutralità europea nel conflitto con la Cina, che va invece intensificandosi ogni giorno. Si chiude dunque temporaneamente un fronte per spostare divisioni sul fronte strategico.

Nei mercati è diffusa l'idea che, trattandosi di un gioco a somma negativa, il conflitto tra Cina e America finirà presto. Con questa logica, però, non riusciremmo a spiegarci i conflitti che riempiono più di metà dei manuali di storia, di qualsiasi epoca trattino. Dal Blitzkrieg alla guerra dei Cent'anni, la somma delle perdite dei contendenti è più alta dei vantaggi acquisiti del vincitore, eppure le guerre si continuano a fare o comunque a preparare.

I mercati sposano anche la logica di Trump quando questi afferma che la Cina ha da perdere molto di più dell'America e quindi si arrenderà, a condizione di salvare la faccia. Non è necessariamente un ragionamento corretto, perché spesso vince non chi ha meno da perdere ma chi è più disposto a sopportare le perdite, per grandi che siano. L'Unione Sovietica ha perso 27 milioni di uomini nella guerra contro Hitler e l'ha vinta. L'America ne ha persi 50mila nella guerra del Vietnam, è impazzita (o rinsavita) di rabbia e l'ha persa.
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