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Martedì 31 Marzo 2020, ore 08.34
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Nel caso improbabile (1/2)

Da dove potrebbe arrivare la prossima recessione?

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Con i mercati azionari che segnano nuovi massimi quasi ogni giorno può sembrare una perdita di tempo fermarsi un momento per verificare che tutto sia a posto e che non ci sia una recessione dietro l'angolo. Tanto più che il prossimo è un anno elettorale e da che mondo è mondo qualsiasi esecutivo che voglia essere riconfermato cerca in ogni modo di presentarsi agli elettori con un'economia brillante, rinviando al primo anno dopo il voto un'eventuale recessione.

Vero, ma se andiamo indietro all'autunno 2007, vigilia di un anno elettorale come oggi, vediamo anche lì nuovi massimi storici, legittimati (di nuovo come oggi) da tre tagli dei tassi da parte della Fed nei mesi precedenti. E quello che iniziò a succedere dodici mesi dopo, inclusi i cinquanta milioni di nuovi disoccupati a livello globale creati dalla Grande Recessione, ci deve indurre a essere umili nel prevedere il futuro.

Detto questo, molti dei classici sintomi di una recessione, che nel 2007 non si volevano vedere, oggi sembrano proprio non esserci.

Si va in recessione o per troppo caldo o per troppo freddo. Per surriscaldamento dei classici settori ciclici (immobiliare e auto in primo luogo, ma anche le bolle finanziarie entrano in questa categoria) o per asfissia e congelamento e appassimento di settori uno dopo l'altro. Il surriscaldamento è il segno di un eccesso di domanda (spesso finanziata a debito), il raffreddamento è il segno di un eccesso di offerta (troppo carbone, troppo shale oil, troppe auto prodotte) o, paradossalmente, di un'improvvisa contrazione dell'offerta, come avvenne negli anni Settanta con le due crisi petrolifere. Ci sono poi, per completare il quadro, le recessioni di origine finanziaria (crisi da bilancia dei pagamenti, crisi del debito pubblico, crisi bancarie) e quelle derivanti da esogene (guerre, epidemie, carestie, terremoti).

Oggi i settori ciclici sono da tranquilli a leggermente depressi e di tutto si può parlare fuorché di surriscaldamento. Ci sono settori in crisi da raffreddamento (l'immobiliare commerciale, la distribuzione tradizionale, alcune energie fossili) ma le loro difficoltà vengono assorbite in larga misura da finanziatori non bancari (obbligazionisti, fondi di private equity) e quindi non diventano sistemiche. Le banche sono molto solide in America e sono finalmente un po' meno fragili in Europa. Sono più fragili in Cina, ma lì non esiste il tabù del sostegno pubblico.
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