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Proposta di uno shock fiscale per la ripartenza dell'Italia

Dimezzare tasse e imposte per rendere efficace il sistema Conte dei prestiti alle imprese e far ripartire l'economia italiana

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di Jacopo Vavalli* e Diego Palano**

L'emergenza epidemiologica in atto sta determinando una crisi economica che potrebbe essere senza precedenti. La perdita stimata del PIL è pari almeno al 9%, ma è plausibile che possa essere più rilevante. La risposta del Governo italiano allo tsunami in corso è stata inserita, tra l'altro, nel decreto legge 8 aprile 2020, n. 23 (c.d. Decreto liquidità) e passa attraverso prestiti garantiti a imprese e partite IVA a condizioni ancora da definire. Si potrebbe considerare accettabile tale strumento, anche in virtù dei complessi rapporti che legano il nostro Stato all'Unione Europea, ma non si può fare a meno di notare come i nuovi debiti si aggiungeranno ai preesistenti e al drastico calo dei fatturati. A spezzare questo apparente circolo vizioso potrebbe esservi un sensibile abbassamento del total tax & contribution rate del nostro paese, anche grazie alla attuale liberazione di risorse straordinarie dovute alla possibilità concessa dall'Europa di sforare i canonici limiti del deficit di bilancio.


Il testo dell'ultimo decreto legge 8 aprile 2020, n. 23 (c.d. decreto liquidità) sembra avere l'obiettivo di "inondare" imprese e partite IVA di denaro per una loro auspicata ripartenza. L'art. 1 di tale decreto stabilisce che Sace S.p.a. (società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti) garantisce sino al 31 dicembre 2020 la richiesta di prestiti per piccole medie e grandi imprese, nonché per il mondo dei professionisti e delle partite IVA, sino a un massimo complessivo di 200 miliardi di euro, che gli stessi soggetti potranno chiedere alle Banche alla luce di presupposti precisamente stabiliti. Parola d'ordine, insomma, indebitamento. Con una ulteriore precisazione e cioè che l'efficacia di tali misure è "subordinata all'approvazione della Commissione Europea ai sensi dell'articolo 108 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea economica" (cfr. art. 1, comma 12).

L'Italia opera all'interno dell'Unione Europea ed è, come noto, stretta ai vincoli di bilancio che questa le impone, con la conseguenza che la misura appena accennata potrebbe essere considerata in un certo qual modo imposta, essendo impossibile la via dell'iniezione di liquidità diretta attraverso il fatto di stampare nuova moneta nazionale. A questo punto, però, si rende necessaria una riflessione: se è vero, come è vero, che la misura in discussione potrebbe ritenersi di primo acchito tra le poche in grado di garantire la liquidità che serve al tessuto economico produttivo italiano, è altrettanto vero che occorre capire quale possa essere il risultato che la stessa produce. Ammesso, e non necessariamente concesso, che i denari richiesti dalle imprese saranno stanziati in tempo utile, occorre immaginare per cosa verranno spesi.

Sembra intuibile ritenere che se le imprese e i professionisti dovessero incassare i denari "stanziati" con la finalità di poter ripartire, ma si trovassero a far fronte al pagamento di ingenti tasse e imposte, è chiaro che la dazione di tali denari in loro favore finirebbe per determinare un circolo vizioso anziché virtuoso. Si parla di pagamenti potenzialmente ingenti per almeno due ragioni:
  1. La prima è che il total tax & contribution rate dell'Italia relativo alle imprese risulta nel 2018 pari al 59,1% del reddito di impresa, a fronte di una media globale pari al 40,5 ed europea pari al 38,9% (dati tratti dal Rapporto "Paying Taxes 2020" realizzato da Banca Mondiale e PwC).
  2. La seconda è che le stesse imprese - nonché le partite IVA, non meno colpite dal carico fiscale - si ritroveranno a dover fronteggiare sia il pagamento delle imposte correnti sia di quelle passate, una volta finito il periodo delle sospensioni fiscali dettate dall'emergenza epidemiologica in atto.

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