(Teleborsa) - La crisi dello Stretto di Hormuz sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza energetica globale. È quanto emerge dal nuovo report Aftershocks: Energy security beyond the Strait of Hormuz crisis, realizzato dal McKinsey Global Institute in collaborazione con la practice Global Energy and Materials di McKinsey, che analizza le conseguenze dell’interruzione e le possibili strategie per rendere più resiliente il sistema energetico entro il 2030.

Lo Stretto rappresenta uno dei principali snodi dell’approvvigionamento mondiale. L’attuale interruzione ha messo a rischio circa il 20% dell’offerta globale di petrolio e gas naturale liquefatto, un livello di esposizione più che doppio rispetto agli shock petroliferi degli anni Settanta e oltre sei volte superiore a quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Nonostante la portata dello shock, il sistema energetico globale ha mostrato finora una resilienza superiore alle attese, grazie soprattutto a scorte, oleodotti alternativi, capacità di riorganizzare i flussi commerciali e flessibilità della domanda.

L’analisi di McKinsey prende in considerazione 65 Paesi, che rappresentano il 95% del PIL mondiale e dei consumi globali di energia primaria, e individua alcune leve attraverso cui rafforzare la sicurezza energetica nei prossimi anni.

La crisi in corso nello Stretto di Hormuz è solo l’ultima, e la più grave, di una serie di interruzioni delle forniture energetiche. Circa due terzi degli scambi energetici mondiali attraversano snodi marittimi strategici e un terzo passa attraverso aree caratterizzate da tensioni geopolitiche. Inoltre, il 95% della popolazione mondiale vive in regioni che dipendono dalle importazioni di energia. La crisi di Hormuz, dunque, rappresenta soltanto l'episodio più recente e grave di una più ampia serie di interruzioni e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento.

Finora, la resilienza è stata sostenuta in larga parte da fattori temporanei. Le scorte hanno consentito di attenuare l'impatto immediato dell'interruzione, mentre gli oleodotti hanno permesso di aggirare alcune delle rotte più esposte. Parallelamente, i commerci internazionali si sono riorganizzati: la Cina ha ridotto le importazioni e gli Stati Uniti hanno fatto ricorso alle proprie riserve. Questa capacità di adattamento, tuttavia, non elimina le vulnerabilità strutturali del sistema.

Più la crisi si prolunga, più i diversi Paesi stanno ricorrendo a misure strutturali per rafforzare la propria sicurezza energetica. Le strategie comprendono l'elettrificazione, un maggiore ricorso al carbone, la diversificazione delle rotte commerciali, l'incremento delle scorte e una gestione più flessibile della domanda.

Entro il 2030, le iniziative già avviate o allo studio potrebbero consentire, in caso di una nuova crisi, di compensare tra il 35 e il 70% dei flussi di petrolio che transitavano dallo Stretto prima dell’attuale interruzione. La loro effettiva realizzazione resta tuttavia incerta e implica dei costi. I nuovi oleodotti sono la soluzione meno costosa, ma permettono soltanto di instradare diversamente il petrolio del Golfo, senza ridurne la dipendenza.

Il problema, però, va oltre lo Stretto: sulla sicurezza energetica non esistono soluzioni semplici, ma esistono margini di intervento. In teoria, sostituire le importazioni con tecnologie pulite già mature potrebbe ridurre fino a quasi un terzo il consumo di petrolio e gas. Nella pratica, questa transizione può richiedere tempo, comportare costi elevati e scontrarsi con limiti difficili da superare. Per questo continuano ad avere un ruolo importante anche nuove fonti di approvvigionamento, infrastrutture in grado di ridisegnare le rotte commerciali e adeguate riserve energetiche.

La crescente attenzione alla sicurezza energetica sta inoltre modificando il modo in cui vengono valutati gli investimenti in resilienza. Le misure necessarie richiedono risorse nel presente, ma possono contribuire nel tempo a contenere i costi degli shock, garantire la continuità delle attività economiche e, in alcuni casi, creare nuove opportunità di crescita.

Per imprese e istituzioni, la priorità diventa quindi individuare con precisione i punti di maggiore vulnerabilità: dalle fonti utilizzate agli asset strategici, fino alle rotte e ai fornitori. A questa mappatura dovranno seguire interventi mirati, dall'aumento dell'efficienza energetica alla maggiore flessibilità nella scelta degli input, dei partner commerciali e delle soluzioni logistiche.