(Teleborsa) - Gli italiani risparmiano più per prudenza che per investire, ma nel 2026 emerge anche una maggiore apertura verso i mercati finanziari. L'indagine, presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi sul "Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026", fotografa un Paese ancora fortemente orientato alla sicurezza, con l'avversione al rischio ai massimi della serie storica, mentre tecnologia e strumenti digitali entrano sempre più nelle abitudini dei risparmiatori, senza però sostituire il rapporto con la banca e il consulente.
Alla presentazione hanno preso parte Gian Maria Gros-Pietro (Presidente di Intesa Sanpaolo), Gregorio De Felice (Chief Economist della Banca), Giuseppe Russo e Stefano Firpo (rispettivamente, Direttore e membro del Comitato Direttivo del Centro Einaudi). La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza le dinamiche degli investimenti finanziari delle famiglie italiane e ne mette in luce i comportamenti e le opinioni. L’edizione 2026 è accompagnata da un focus che indaga sulla relazione tra investitori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.
Il reddito e la cultura del risparmio
L’84 per cento degli intervistati dichiara piena indipendenza finanziaria, con un divario di genere (86 per cento gli uomini, 82 le donne); la distribuzione per età segnala le difficoltà dei più giovani (è indipendente il 47 per cento dei 18-24enni) rispetto agli adulti più maturi (88 per cento dei 55-64enni). Si ritiene soddisfatto del reddito corrente il 52 per cento del campione, mentre è meno ottimista il giudizio sul tenore di vita dei prossimi dieci anni (solo il 34 per cento si attende un reddito sufficiente).
Anche nel 2026 più della metà degli intervistati è riuscita a risparmiare (56 per cento, dal 58 del 2025). Si accantona mediamente l’11,9 per cento del reddito disponibile, in linea con il 2025: risparmiano oltre la media i laureati (14,9 per cento del reddito) e i lavoratori indipendenti (circa 20 per cento).
Risparmiare è giudicato indispensabile dal 28 per cento del campione, un livello prossimo ai massimi storici. Prevale la motivazione precauzionale (40 per cento), seguita da pensione (19 per cento), casa (19 per cento) e figli (11 per cento). È significativo l’aumento del risparmio destinato all’investimento: 6 per cento del campione, sopra i livelli pre-pandemici.
Le entrate familiari sono attese stabili. Guardando invece alle prospettive dell’economia nazionale e internazionale, il saldo tra aspettative di miglioramento vs. peggioramento è negativo e sfiora il 90 per cento. Per la prima volta, il pessimismo sul contesto nazionale eguaglia quello geopolitico: una percezione che non trova riscontro nelle condizioni dell’economia italiana, ad indicare che il clima internazionale ha influenzato, anche emotivamente, il giudizio interno.
Il rischio e la liquidità
Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori: il ratio di avversione al rischio ha toccato nel 2026 quota 33,6, la più elevata mai raggiunta (era pari a 8,1 nel 2017; 15,1 nel 2024; 20,5 nel 2025). La disaggregazione per categorie rivela un paradosso generazionale: i 18-24enni risultano in assoluto i più avversi al rischio (84 intervistati contrari a correre rischi per 1 favorevole), l’opposto di quanto prevederebbe la teoria del ciclo di vita. È la generazione degli “scarring” multipli (ossia il sovrapporsi di ferite profonde come la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche): informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia. Guardando alle altre categorie, le donne mostrano un’avversione al rischio assai più pronunciata degli uomini (41,9 contro 27,6), anche se sono i disoccupati (113,9) e i meno istruiti (111,4) a toccare i valori di picco.
La preferenza per la liquidità aumenta al crescere dell’incertezza percepita. Se nel 2019 la tutela del capitale rappresentava ancora una netta priorità per i risparmiatori italiani (62,2 per cento), nel 2026 questa scelta scende, per la prima volta, sotto la soglia della maggioranza assoluta (48,8 per cento); sale invece l’orientamento verso gli strumenti liquidi (18,7 per cento). È la lezione dell’inflazione: tenere i risparmi fermi sui conti ha significato perdere potere d’acquisto.
Quasi il 72 per cento di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione. Pesa, da questo punto di vista, anche un’alfabetizzazione fragile: solo il 36 per cento degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.
Passando dalle preferenze ai comportamenti, la valutazione del rischio è percepita come la difficoltà più rilevante nel processo di investimento (50,3 per cento), seguita dal timing (41,2) e dalla scelta dell’asset allocation (31,3) e degli strumenti (29,4). Il gestore della banca si conferma il consigliere più affidabile (47 per cento). Cresce il ruolo di consulenti indipendenti e private banker (16 per cento, da 10 per cento circa nel 2024) ma anche il fai-da-te resta un’opzione rilevante (24 per cento).
Obbligazioni, azioni e risparmio gestito
Nel 2026 il possesso di obbligazioni interessa il 23,5 per cento degli intervistati, con un peso medio nei portafogli del 26,6 per cento: sono scelte convinte, non residuali. Il rapporto acquirenti/venditori è 2,0 e il ratio di soddisfazione è 4,9 (i.e. quasi 5 soddisfatti per 1 insoddisfatto). La cicatrice del 2022 non è tuttavia rimarginata: il 43 per cento teme ancora la perdita in caso di vendita anticipata, mentre il 40 per cento non si sente protetto dall’inflazione.
Le azioni mostrano il divario più ampio tra conoscenza e partecipazione: le conosce il 45 per cento degli intervistati, ma solo il 7,8 per cento le ha detenute negli ultimi cinque anni. Eppure, per chi vi investe l’esperienza è eccellente: il ratio di soddisfazione è 8,5, quasi il doppio delle obbligazioni. Rappresentano barriere all’investimento in azioni la percezione del rischio di perdere il capitale (78,5 per cento) e la mancanza di esperienza (60,9); il ratio di attrattività netta, dato dal rapporto tra caratteristiche positive e negative dello strumento, si ferma a 0,4, il più basso tra tutti i prodotti finanziari considerati nell’Indagine.
Nel 2026 il 25-30 per cento del campione possiede strumenti di risparmio gestito, una quota ormai simile a quella dei detentori di obbligazioni; l’Italia resta tuttavia indietro rispetto a molti Paesi europei, dove i fondi assorbono il 40-50 per cento della ricchezza finanziaria. Il ratio di soddisfazione per il gestito tocca 12,5 (il più alto in assoluto) e il rapporto acquirenti/venditori sale nel 2026 a 4,77 (quasi cinque sottoscrizioni per ogni riscatto). L’indice di accumulo (2,0) segnala che, per ogni investitore occasionale, due usano piani di accumulo; crescono, sia pur lentamente, gli ETF a basso costo, in particolare tra i 25-34enni.
Risparmio, cresce la prudenza degli italiani: avversione al rischio record, ma ripartono gli investimenti
Indagine presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi
15 settembre 2026 - 12.34