(Teleborsa) - La riforma della legge elettorale arriva al passaggio decisivo: oggi la Camera vota il testo definitivo, dopo le modifiche introdotte dal Senato, e lo fa a scrutinio segreto, la stessa modalità con cui a metà luglio la maggioranza fu battuta sull'emendamento sulle preferenze.
Ieri l'Aula ha concluso l'esame degli articoli. La fiducia sull'articolo 3, che ridisegna i collegi uninominali senatoriali di Bolzano, è passata con 228 sì, 144 no e 3 astenuti. L'articolo 8, sul voto dei fuorisede (esteso ai caregiver dal Senato), è stato approvato con 214 sì e nessun contrario, con le opposizioni che si sono astenute definendolo "un passo importante ma non sufficiente". Nei giorni scorsi il governo aveva incassato la fiducia anche sui primi due articoli, con 226 e 227 sì e uno scarto di 77 e 78 voti. Restano da votare circa quaranta ordini del giorno, tra cui quelli dei vannacciani su preferenze, raccolta firme e parità di genere.
La posta in gioco
La presidente del Consiglio ha già avvertito la maggioranza che, se la legge venisse affossata, si andrebbe subito alle urne. Il timore di franchi tiratori resta però alto: già a luglio circa una cinquantina i deputati di centrodestra votarono contro l'emendamento sulle preferenze con i capilista bloccati, poi reintrodotto al Senato, dove il voto segreto non è previsto. In questo caso, però, un voto contrario sul testo finale, a differenza di luglio, affosserebbe l'intera riforma, e secondo Il Post porterebbe verosimilmente alle dimissioni di Meloni. Tra i deputati al primo mandato pesa anche la scadenza della pensione parlamentare, che maturerebbe a metà aprile: un incentivo, per molti, a non rischiare lo scioglimento anticipato.
Le novità
Il testo introduce le preferenze con i capilista bloccati, alza da 1.500 a 6.000 le firme da raccogliere in ciascun collegio plurinominale per i nuovi partiti e reintroduce, in modo parziale, regole sulla rappresentanza di genere. In caso di via libera, la decisione della Consulta sulla legge potrebbe arrivare già a febbraio, altra decisione fondamentale per l'entrata in vigore della nuova legge dati i dubbi già emersi nel dibattito pubblico su alcuni articoli: oltre all'obbligo di presentare 300 mila firme se non si possiede un simbolo che ha già corso alle elezioni e all'assenza di una previsione di almeno un 40% di donne come capilista, Repubblica segnala che i timori maggiori nella maggioranza sono legati al premio di maggioranza del Senato.