(Teleborsa) - L'ipotesi di un nuovo raddoppio della Tobin tax nella manovra 2027 rischia di allontanare gli investitori dalle imprese italiane quotate e di accelerare la perdita di controllo delle aziende a favore di consolidatori esteri. È l'allarme lanciato da Simone Strocchi, presidente di Electa Ventures, in alcune riflessioni sul tema condivise con Teleborsa.

Secondo il testo della Manovra, l'aliquota ordinaria salirebbe dallo 0,40% allo 0,80%, con una riduzione allo 0,40% per gli acquisti sui mercati regolamentati. Sarebbe il secondo raddoppio in due anni. Strocchi spiega l'impatto con un esempio concreto: "Su 100 mila euro investiti in azioni italiane soggette all'imposta, 400 euro se ne andrebbero subito, prima di conoscerne l'esito. Se il titolo salisse del 4%, i 4.000 euro di plusvalenza si ridurrebbero a 2.560 dopo il 26% di imposta sul guadagno e la Tobin tax. Se invece perdesse il 4%, la perdita complessiva arriverebbe a 4.400 euro, salvo l'eventuale beneficio fiscale della minusvalenza". In sintesi, a parità di oscillazione, "2.560 euro di guadagno netto contro 4.400 di perdita immediata. Esclusi gli altri costi".

Per il presidente di Electa Ventures la contraddizione è evidente: "Lo Stato partecipa al guadagno quando c'è, e incassa comunque anche quando l'investitore perde. Più che colpire la speculazione, finiamo per tassare la disponibilità a impiegare risparmio nelle imprese italiane".

Strocchi richiama poi gli effetti sulla liquidità di Piazza Affari. "Dopo l'introduzione della Tobin tax, diverse analisi registrano una contrazione del controvalore degli scambi azionari italiani nonostante la crescita della Borsa", osserva. "Non tutto dipende dall'imposta, ma sarebbe miope ignorarne gli effetti sulla liquidità". E aggiunge: "Vogliamo mille società quotate? Bene. Ma senza una platea numerosa e variegata di investitori rischiamo di riempire i listini di azioni senza compratori, fino alla vendita a saldo a qualche takeoverista che le ritirerà dal mercato per consolidarle altrove".

Nemmeno l'esenzione per le società sotto i 500 milioni di capitalizzazione risolve il problema, secondo Strocchi: "Consideriamo l'EGM il ginnasio nel quale le imprese possono accedere alla Borsa per crescere, aggregarsi e approdare a mercati più strutturati, salvo rendere fiscalmente meno attraente investirvi quando superano certe dimensioni. Un singolare premio alla crescita".

Il nodo, sottolinea, va oltre le valutazioni: "Quando il mercato nazionale non accompagna le imprese verso dimensioni competitive, molte cercano altrove le risorse necessarie, spesso cedendo la governance a consolidatori esteri. Non è una critica ai capitali stranieri, ma all'assenza di alternative che consentano di crescere mantenendo in Italia la capacità di decidere". Il rischio è quello di "un Paese di produttori, sempre meno padrone delle proprie strategie industriali". Strocchi evidenzia anche un paradosso: il risparmio italiano "sostiene a premio le grandi capitalizzazioni internazionali, mentre molte nostre imprese, pur esprimendo rapporti prezzo/utili ben più contenuti, faticano ad attrarre investitori. Finanziamo la crescita altrui e lasciamo che la nostra si realizzi cedendo il controllo: una doppia rinuncia".

Il presidente di Electa Ventures ricorda il precedente del regime PEX. Il confronto tra Governo e operatori, a cui Electa ha "significativamente contribuito", ha consentito di correggere le modifiche previste nella precedente manovra. In questo modo è stata ripristinata la capacità delle holding di famiglia di investire capitale paziente a sostegno delle imprese quotate nella fase più illiquida, quella di accesso ai listini. "Mi auguro che la stessa disponibilità prevalga sulla Tobin tax", è l'auspicio di Strocchi. "Non possiamo invocare un raccordo virtuoso tra risparmio nazionale e imprese italiane in Borsa Italiana e poi tassare sempre di più gli scambi, proprio quando, superata la fase dei capitali pazienti, quelle imprese devono attrarre maggiore liquidità". E conclude: "Il gettito della Tobin si contabilizza nell'anno e capisco la tentazione di utilizzarlo per chiudere gli equilibri di bilancio. Ma la correlata perdita della capacità italiana di sostenere le proprie imprese e deciderne il futuro industriale rischia, invece, di produrre effetti ben più onerosi, per generazioni".