(Teleborsa) - Svolta storica per l'OPEC che, per la prima volta dal 1960, ha rinunciato a controllare i prezzi del greggio tramite un aggiustamento della sua offerta, scegliendo di mantenere invariato l'attuale tetto produttivo attorno ai 30 milioni di barili al giorno. Il cartello ha anche deciso di aggiornarsi al giugno 2015, un tempo piuttosto lungo per una decisione, che non è stata presa all'unanimità ed è stata anche piuttosto sofferta.

Una questione di magnanimità? La riposta è senza dubbio negativa, perché l'OPEC oggi si trova in una situazione ben diversa da quella di oltre cinquant'anni fa, al tempo della sua costituzione, quando il cartello del grandi produttori di oro nero era un soggetto di riferimento del mercato petrolifero.

Oggi, la situazione è radicalmente mutata, perché la domanda mondiale di petrolio, a causa di una crisi economica più prolungata del previsto, è in costante calo e perché sono spuntati sul mercato nuovi e grandi produttori, in primis gli Stati Uniti, che hanno messo in difficoltà i big del petrolio con il boom dello shale gas.

La decisione presa ieri dall'OPEC, dunque, appare più un tentativo di "deporre le armi" e cercare un "patteggiamento" con i nuovi player affacciatisi sul mercato, che una scelta condivisa e consapevole. L'unica possibilità di competere sul mercato, adesso, resta quella di "ribassare" i prezzi di listino, proprio come in qualsiasi mercato libero e competitivo. Ma a scapito di chi?

I giorni che hanno preceduto la riunione del cartello a Vienna, a dire il vero, sono stati convulsi e caotici, perché c'è in seno all'OPEC una diversa capacità di sostenere un trend decrescente dei prezzi data la diversa situazione economica dei produttori del cartello. Se l'Arabia, che conta per circa un terzo della produzione OPEC, ha la possibilità di poter competere sul fattore prezzo, paesi come l'Iran (alle prese con una situazione geopolitica difficile) ed il Venezuela (molto vicino al default) potrebbero avere problemi ben più gravi da affrontare. I tentativi di coinvolgere la Russia, ora troppo presa dalle sanzioni, sono caduti miseramente ed oggi l'OPEC si trova a doversi confrontare "alla pari" sul mercato.

Ecco, dunque, che la reazione del greggio non sorprende. Il petrolio, dopo aver perso circa un terzo del suo valore dal mese di giugno, continua a crollare sui mercati internazionali. Stamattina, il Light Sweet Crude statunitense scivola dello 0,32% a 68,72 dollari, dopo aver sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 70 dollari negli ultimi giorni. La settimana, poi, chiude con un calo di quasi il 10%. Stesso movimento per il Brent che scivola dello 0,5% a 72,22 dollari, portando la performance settimanale a -9%.

ffetto domino anche sull'oro che in questi giorni è sceso ancora e segna stamattina un calo dello 0,37% a 1185 dollari, incorporando aspettative inflazionistiche più modeste.