(Teleborsa) - Il "super thursday" è finalmente arrivato e comunque vada, sarà la fine dell'incertezza. L'incertezza che sta mandando in tilt i mercati, impegnati a tentare di sciogliere il più grande dilemma di questo 2015, ossia se la Federal Reserve alzerà o meno i tassi di interesse per la prima volta in nove anni.

Oggi il FOMC (Federal Open Market Committee, braccio operativo della Fed) terminerà la due giorni di meeting di politica monetaria. Stasera alle 20.00 ora italiana arriveranno il verdetto sui tassi e le nuove previsioni economiche della Banca Centrale americana. Dopo mezz'ora, la Chairwoman della Fed, Janet Yellen, terrà una conferenza stampa per spiegare la decisione adottata.

Quale sarà la decisione, non è al momento dato saperlo e il dibattito è più acceso che mai. Ad ogni modo, senza troppo sbilanciarsi si potrebbero delineare alcuni scenari:

- Nessun aumento ma il Comitato ribadisce che un rialzo potrebbe avvenire in qualsiasi momento entro l'anno in base ai soliti fattori congiunturali. In questo caso la Fed adotterebbe un atteggiamento accomodante ma non troppo;

- Il Comitato di politica monetaria decide per un nulla di fatto ma lascia intendere che il rialzo potrebbe scattare nella riunione di ottobre;

- Nessun aumento e toni molto accomodanti, con la Yellen che enfatizza i rischi di downside e i venti contrari ad un aumento del costo del denaro. Dunque, è escluso qualsiasi aumento per tutto l'anno in corso;

- Un aumento dei tassi di 25 punti base, con la Fed che spiega che il rallentamento della Cina non farà deragliare la ripresa. Questo atteggiamento, molto aggressivo, potrebbe far presupporre un nuovo aumento a dicembre;

- Un aumento dei tassi di 25 punti base, con la Fed che spiega che le tempistiche del prossimo intervento dipenderanno dallo stato di salute degli Stati Uniti e dell'economia globale. Questo lascerebbe intendere che anche la Fed teme l'attuale volatilità dei mercati.

Anche alla luce delle ultimissime statistiche (in primis quella sui prezzi al consumo diffusa ieri) il mercato obbligazionario esclude categoricamente un aumento mentre i futures indicano solo un 20% di probabilità che la Fed possa ritoccare all'insù il costo del denaro.

Nelle ultime settimane i banchieri centrali sono rimasti piuttosto abbottonati. Come da copione, si è scatenata la solita guerra tra "falchi" e "colombe", ossia tra gli esponenti della Fed favorevoli all'avvio immediato dell'exit strategy, dunque al primo rialzo dei tassi di interesse dal 2006 (il costo del denaro sosta invece attorno allo zero dal 2008) e tra quelli che, invece, consigliano un approccio più soft.

Nemmeno il vice Presidente della Banca centrale, Stanley Fischer, si è sbilanciato, limitandosi ad assicurare che la normalizzazione sarà graduale.

Tra gli analisti, invece, regna l'incertezza. I timori per un rallentamento dell'economia cinese e le relative turbolenze di mercato delle ultime ottave hanno fatto abbassare di molto la percentuale degli esperti pronti a scommettere su un incremento dei Fed Fund. Ora questi ultimi sono al 30% mentre prima della triplice svalutazione dello yuan erano al 48% e a dicembre dello scorso anno al 59%, rileva Bloomberg.

Grandi istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno caldamente sconsigliato il rialzo dei tassi a settembre.

Intanto le statistiche USA continuano a dipingere un'economia in crescita ma con qualche passo falso. Al super PIL del secondo trimestre e ad un mercato del lavoro in buona salute (nonostante la delusione per gli occupati di agosto) si contrappongono dati allarmanti quali il calo della produzione industriale, le difficoltà del manifatturiero e il crollo della fiducia dell'Università del Michigan.

L'ultime Beige Book, infine, ha parlato di crescita da "modesta" a "moderata" rilevando però che il super dollaro, il crollo delle quotazioni petrolifere e il rallentamento della Cina potrebbero mettere sotto pressione la manifattura americana (cosa che si sta puntualmente avverando).