(Teleborsa) - Nuovo avvertimento del Presidente turco Recep Tayyp Erdogan agli Stati Uniti: "Basta con la tendenza all'unilateralismo e alla mancanza di rispetto o saremo costretti a cercare nuovi amici e alleati". Con queste parole durissime il capo del governo turco chiude una giornata di passione per i mercati finanziari, che ha visto la lira colare a picco del 15% e la Borsa di Istanbul arrivare a perdere fino all'8%, prima di ridimensionare le perdite sul finale.

Ciò senza elencare le perdite accumulate dalle borse europee, particolarmente esposte per la prossimità economica e territoriale alla Turchia e per le interrelazioni societarie (imprese e banche) ed anche da Wall Street, che ha risentito del rischio "contagio" delle politiche protezionistiche di Trump.

"Washington deve rinunciare all'idea che le nostre relazioni siano asimmetriche, e accettare il fatto che la Turchia ha alternative", ha affermato Erdogan in un articolo pubblicato dal New York Times, dopo che ieri il Presidente turco aveva fatto appello ad Allah ed al nazionalismo turco, dichiarando che la Turchia "non perderà la guerra economica" ed invitando tutti a vendere dollari ed oro per acquistare lire turche.

Tutto è nato da un combinato di due fattori: le presunte preoccupazioni della BCE per la difficile situazione economica della Turchia e il raddoppio dei dazi su acciaio ed alluminio annunciato Trump ai danni del Paese della Nato (al 20% sull'alluminio ed al 50% sull'acciaio).

Eppure, la tempesta che ha investito ieri i mercati globali non presenta grandi particolarità rispetto a quanto visto nelle caldissime estati (finanziarie) degli ultimi anni, quando gli scambi rarefatti del periodo estivo hanno amplificato situazioni già in tensione (in precedenza era toccato anche allo yuan cinese). La verità è che la svalutazione delle monete di diversi Paesi emergenti - dal real brasiliano al rublo russo - non è un fatto nuovo ed affonda le radici negli squilibri economici e politici che caratterizzano queste economie.

Tornando alla Turchia vi sono due ordini di ragioni: geopolitiche ed economiche. Per quanto concerne il primo aspetto, va rilevato che sicuramente le relazioni diplomatiche fra i due alleati della Nato (USA e Turchia) si sono molto deteriorate, anche per effetto della politica protezionistica (e nazionalistica) adottata dal Presidente Trump. Ma se anche una diplomazia piu' accorta potesse sanare questi rapporti, vi sarebbero una serie di ragioni di tipo economico.

La Turchia ha un'economia che cresce ad un passo veloce del 7%, ma anche un'inflazione lievitata al 16% ed una serie di squilibri verso l'estero (deficit partite correnti ed esposizione debitoria). Un caso da manuale per una politica monetaria accorta che "a ragione" avvii una fase di rialzo dei tassi d'interesse che produca un effetto "raffreddamento" sui prezzi e rallenti una crescita non "sostenibile". Ma così non è stato: la banca centrale turca ha confermato anche a luglio tassi ai minimi storici.

Il problema anche in questo caso ha risvolti politici, perché la forma di Stato prescelta dalla Turchia - Repubblica presidenziale con pieni poteri al Presidente - consente ad Erdogan di nominare liberamente il governatore della banca centrale e, dunque, orientare la politica monetaria. Politica che viene decisa in modo forse un po' miope e poco lungimirante, allargando al massimo le maglie dei prestiti (a famiglie ed imprese) per sostenere una crescita degli investimenti pubblici e privati che alimenti il PIL.

E allora viene da chiedersi: di chi è la colpa della crisi della lira turca? I dazi di Trump? Il protezionismo/nazionalismo? Le scelte poco accorte di Erdogan? Le risposte sono varie e molteplici e si intrecciano a tessere una trama fitta e complessa, alla stregua dei rinomati tappeti in seta che comunemente si ammirano nei bazar di Istanbul.