(Teleborsa) - "L'oro non è più un bene rifugio?" È la domanda che torna ogni volta che il metallo giallo reagisce in modo apparentemente controintuitivo agli shock geopolitici. Il recente indebolimento durante l'escalation in Medio Oriente ha riacceso questa narrativa, secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, che invita però a non cadere in letture semplicistiche.

"In finanza esiste spesso la tendenza a ricercare correlazioni immediate e lineari: guerra uguale oro in rialzo, paura uguale bene rifugio", ha osservato Debach. Nella pratica, tuttavia, le variabili macroeconomiche si muovono simultaneamente, influenzandosi a vicenda. L'oro ne è l'esempio più emblematico: la sua dinamica dipende dall'equilibrio tra dollaro, tassi reali, aspettative d'inflazione, acquisti delle banche centrali e frammentazione geopolitica.

Il dollaro resta un fattore chiave: uno shock geopolitico può teoricamente favorire l'oro, ma se genera contemporaneamente una corsa alla liquidità in USD, "il rafforzamento del dollaro può esercitare pressione ribassista sul metallo giallo". Anche la relazione con i tassi reali, "storicamente inversa, oggi appare meno meccanica rispetto al passato": negli ultimi trimestri l'oro è salito nonostante rendimenti reali elevati, incorporando variabili come rischi di svalutazione monetaria e polarizzazione geopolitica.

Una parte rilevante della domanda, hq sottolineato l'analista, risponde ormai a "una logica più strutturale": diversificazione delle riserve e riduzione della dipendenza dal dollaro, soprattutto da parte di economie emergenti e banche centrali.

C'è infine un elemento spesso sottovalutato: "il mercato dell'oro oggi è molto più finanziarizzato rispetto al passato", con ETF e strategie sistematiche che ne aumentano la sensibilità ai flussi di breve termine. "La paura resta uno dei driver, ma non è l'unico e spesso non è nemmeno quello dominante nel breve periodo", ha concluso l'analista.