(Teleborsa) - Quanto dovranno pagare i negozianti per accettare l'euro digitale? È una domanda apparentemente tecnica, ma da cui dipende il successo o il fallimento della moneta digitale della Banca centrale europea (BCE). Un nuovo studio di Banca d'Italia, firmato da Nicola Branzoli, Stefano Pietrosanti e Alessia Vita dell'Unità Euro Digitale dell'Istituto, prova a mettere ordine nel dibattito, in un momento cruciale del negoziato legislativo a Bruxelles.

Il tema è quello del "compensation model", ossia le regole che stabiliranno quanto le banche potranno addebitare ai commercianti per le transazioni in euro digitale. Sul tavolo, al netto della proposta iniziale della Commissione, ci sono soprattutto due impostazioni. Consiglio e Parlamento europeo convergono, per i primi anni dopo il lancio, su un tetto unico calcolato sulla media pesata delle commissioni applicate agli altri mezzi di pagamento digitali comparabili in tutta l'area euro (il Consiglio vorrebbe in più la possibilità di un tetto nazionale più basso, dove la media di un singolo Paese risultasse inferiore a quella europea). Il Parlamento, però, vuole aggiungere sopra questo tetto comune anche un secondo vincolo, la regola del "no worse off": ogni esercente non dovrebbe mai pagare, per l'euro digitale, più di quanto già paga oggi per lo strumento comparabile più economico che accetta. Un limite, cioè, cucito su misura per ogni singolo negozio, da sommare a quello europeo.

Gli economisti di Bankitalia bocciano sostanzialmente questa seconda componente, quella "su misura" proposta dal Parlamento. Il motivo è semplice: se il tetto per l'euro digitale dipende dal prezzo che una banca applica altrove allo stesso commerciante, quella banca ha tutto l'interesse a "ritoccare" quel prezzo di riferimento per allentare il vincolo. Un meccanismo che rischia di trasformarsi in un incentivo a manipolare il benchmark piuttosto che in un vero freno ai costi. A complicare le cose c'è poi la difficoltà, per il commerciante stesso, di verificare se il tetto viene rispettato: ricostruire il prezzo "comparabile" richiede infatti dati contrattuali (sconti, commissioni fisse, volumi) che restano in mano alla banca e sono tutt'altro che trasparenti.

Il benchmark unico europeo, calcolato da un'autorità pubblica su dati aggregati, risulterebbe invece molto più difficile da influenzare per un singolo operatore e, soprattutto, facilmente verificabile: basterebbe confrontare due numeri pubblici, il tetto e la commissione applicata. Non solo: mentre la regola "su misura" rischia di fotografare e perpetuare le disparità già esistenti - premiando chi ha già un forte potere negoziale e lasciando indietro proprio i piccoli esercenti che pagano di più - il tetto uniforme europeo, da solo, tenderebbe a rafforzare la posizione contrattuale di questi ultimi, che oggi scontano commissioni fino a tre o quattro volte superiori a quelle dei grandi player, secondo le stime della BCE.

Lo studio inquadra il problema in una cornice più ampia: il mercato dei pagamenti digitali in Europa è dominato dai grandi circuiti internazionali, che nel 2022 intermediavano oltre il 60% dei pagamenti con carta nell'area euro, mentre i circuiti nazionali sono in costante arretramento (solo otto sono ancora attivi). Proprio per questo, l'euro digitale - grazie allo status di corso legale che obbliga i commercianti ad accettarlo - viene presentato come una possibile "via d'uscita" per i piccoli esercenti, oggi in una posizione debole nei confronti dei grandi schemi di pagamento. Ma perché questa opportunità si traduca in realtà, avvertono gli autori, serve un modello di commissioni disegnato bene fin dall'inizio.

Un'ultima indicazione riguarda i micropagamenti: secondo la nota, escludere dal tetto le transazioni di importo molto basso - magari legando la soglia al fatturato o al numero di dipendenti dell'esercente - sarebbe una misura che si concilia bene con entrambi i criteri indicati, e potrebbe rappresentare un utile complemento a qualunque modello scelto per l'euro digitale.