1 - La fiammata inflazionistica
Come inevitabile, le tensioni sulle fonti energetiche derivanti dalla crisi del Golfo hanno spinto verso l'alto l'inflazione in Italia, passata dal +3,3% di agosto ad un +4,2% di settembre su base annua. Qui il vero rischio — che ovviamente non riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa — è che il caro prezzi si propaghi, ad esempio attraverso il settore dei trasporti, anche agli altri comparti produttivi.
2 - Il contagio dei debiti pubblici
Il problema è che la fiammata inflazionistica sta aumentando, giorno dopo giorno, la pressione sui debiti pubblici di tutti i principali Stati europei (e non solo). E questo, essenzialmente, per tre motivi:
1) L'inflazione spinge la BCE ad alzare i tassi di interesse nel tentativo di rallentare la diffusione della spirale inflazionistica. Tuttavia, questo aumento spinge verso l'alto anche gli interessi che i governi devono pagare sui loro debiti sovrani.
2) La fiammata inflazionistica spinge giustamente i governi a varare interventi a tutela delle fasce più deboli colpite dal caro prezzi. Tuttavia, queste misure, come effetto collaterale, tendono a far lievitare anche l'ammontare stesso dei debiti pubblici. Brillante, da questo punto di vista, l'intervento del governo italiano che, coinvolgendo le principali società petrolifere, è riuscito a innescare una spirale positiva sul costo dei carburanti senza, appunto, danneggiare le casse dello Stato.
3) La marcia del debito pubblico francese appare inarrestabile: dal 115% del PIL nel 2025 al 122% previsto per il 2027. Quasi percentuali da Repubblica di Vichy. Il problema qui è che l'allarme sui titoli francesi possa innescare una crisi di sfiducia generalizzata, in grado di contagiare anche i titoli sovrani dei Paesi confinanti, come peraltro dimostrato dall'impennata dei rendimenti di tutti i titoli decennali dei principali Paesi europei.
3 - Cosa deve fare l'Italia?
In questa situazione complessa, l'Italia tutto sommato si difende bene: l'OCSE, gli altri osservatori istituzionali e anche il governo hanno appena migliorato le previsioni di crescita dell'Italia in direzione di un +1%. Le società di rating, a settembre, hanno rinnovato la loro fiducia nel nostro Paese e nelle nostre banche. Lo Spread sui nostri titoli, ancorché aumentato, è ancora lontano da qualsiasi soglia di allarme. Ciò premesso, in uno scenario così incerto e delicato quale l'attuale, appare essenziale che il governo mantenga la barra dritta verso due obiettivi: 1) Uscire al più presto dalla procedura d'infrazione, in modo da ottenere maggiore flessibilità sui conti, così da poter sostenere meglio famiglie e tessuto produttivo. 2) Preservare ad ogni costo la fiducia che ad oggi mercati ed investitori nutrono nell'Italia. Ogni cedimento a una "finanza allegra" dal sapore elettoralistico forse ci darebbe qualche beneficio nell'immediato, ma subito dopo ci renderebbe più vulnerabili, esponendo il nostro debito da 3.205 miliardi di euro a qualsiasi improvviso shock esterno.
(Foto: © David Carillet/123RF)