(Teleborsa) - Si riaffaccia in Europa lo spauracchio dei debiti pubblici, in una situazione in cui l'Italia si trova in una posizione migliore di qualche anno fa, anche se ciò non permette al governo di allentare gli sforzi per mantenere i conti pubblici in linea con le regole europee. E' quanto spiega l'economista Andrea Ferretti, soffermandosi sulla tenuta dei nostri conti pubblici, anche in vista della prossima Manovra di bilancio.

1 - La fiammata inflazionistica

Come inevitabile, le tensioni sulle fonti energetiche derivanti dalla crisi del Golfo hanno spinto verso l'alto l'inflazione in Italia, passata dal +3,3% di agosto ad un +4,2% di settembre su base annua. Qui il vero rischio — che ovviamente non riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa — è che il caro prezzi si propaghi, ad esempio attraverso il settore dei trasporti, anche agli altri comparti produttivi.




2 - Il contagio dei debiti pubblici

Il problema è che la fiammata inflazionistica sta aumentando, giorno dopo giorno, la pressione sui debiti pubblici di tutti i principali Stati europei (e non solo). E questo, essenzialmente, per tre motivi:

1) L'inflazione spinge la BCE ad alzare i tassi di interesse nel tentativo di rallentare la diffusione della spirale inflazionistica. Tuttavia, questo aumento spinge verso l'alto anche gli interessi che i governi devono pagare sui loro debiti sovrani.

2) La fiammata inflazionistica spinge giustamente i governi a varare interventi a tutela delle fasce più deboli colpite dal caro prezzi. Tuttavia, queste misure, come effetto collaterale, tendono a far lievitare anche l'ammontare stesso dei debiti pubblici. Brillante, da questo punto di vista, l'intervento del governo italiano che, coinvolgendo le principali società petrolifere, è riuscito a innescare una spirale positiva sul costo dei carburanti senza, appunto, danneggiare le casse dello Stato.

3) La marcia del debito pubblico francese appare inarrestabile: dal 115% del PIL nel 2025 al 122% previsto per il 2027. Quasi percentuali da Repubblica di Vichy. Il problema qui è che l'allarme sui titoli francesi possa innescare una crisi di sfiducia generalizzata, in grado di contagiare anche i titoli sovrani dei Paesi confinanti, come peraltro dimostrato dall'impennata dei rendimenti di tutti i titoli decennali dei principali Paesi europei.

3 - Cosa deve fare l'Italia?

In questa situazione complessa, l'Italia tutto sommato si difende bene: l'OCSE, gli altri osservatori istituzionali e anche il governo hanno appena migliorato le previsioni di crescita dell'Italia in direzione di un +1%. Le società di rating, a settembre, hanno rinnovato la loro fiducia nel nostro Paese e nelle nostre banche. Lo Spread sui nostri titoli, ancorché aumentato, è ancora lontano da qualsiasi soglia di allarme. Ciò premesso, in uno scenario così incerto e delicato quale l'attuale, appare essenziale che il governo mantenga la barra dritta verso due obiettivi: 1) Uscire al più presto dalla procedura d'infrazione, in modo da ottenere maggiore flessibilità sui conti, così da poter sostenere meglio famiglie e tessuto produttivo. 2) Preservare ad ogni costo la fiducia che ad oggi mercati ed investitori nutrono nell'Italia. Ogni cedimento a una "finanza allegra" dal sapore elettoralistico forse ci darebbe qualche beneficio nell'immediato, ma subito dopo ci renderebbe più vulnerabili, esponendo il nostro debito da 3.205 miliardi di euro a qualsiasi improvviso shock esterno.

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