(Teleborsa) - Un'ora e mezzo di Consiglio dei Ministri, dalle 21 alle 22,30 di sabato 9 maggio, per fissare nuove regole per la scarcerazione dei mafiosi che per l'emergenza coronavirus in oltre 350 erano stati trasferiti ai domiciliari suscitando una forte ondata di sgomento e di polemiche nell'opinione pubblica e nel mondo politico. Approvato quindi in tutta fretta il Decreto legge per fissare appunto nuove regole che in ogni caso dovranno essere verificate ogni 15 giorni per stabilire se ancora sussistano o meno i motivi alla base dei benefici.

Il Ministro Alfonso Bonafede, per giorni sotto il tiro incrociato di accuse e critiche che hanno seriamente messo in discussione la sua permanenza al Governo o addirittura la "caduta" dello stesso esecutivo aveva lavorato tutta la giornata per la messa a punto del Decreto. La bozza, nel pomeriggio era stata sottoposta alla visione del Quirinale. Poi, sembra con l'apporto di alcuni suggerimenti, aveva ricevuto il "via libera" del Capo dello Stato. Il testo definitivo è stato così portato a Palazzo Chigi per l'approvazione in Cdm. D’accordo l'intera la maggioranza, in quanto il Dl rispetta i criteri di costituzionalità ed equilibrio tra salute e sicurezza.

Il Decreto approvato in Cdm è diviso in tre articoli. Il testo stabilisce che per i condannati per terrorismo o mafia e per tutti i reati che mirano ad agevolare le associazioni mafiose e per quelli che si trovano al 41 bis che sono stati “ammessi alla detenzione domiciliare o con il differimento della pena per il Covid dal magistrato di sorveglianza, che ha acquisito il parere della procura nazionale antimafia, il magistrato valuta la permanenza dei motivi legati all’emergenza sanitaria entro il termine di 15 giorni dall’adozione del provvedimenti, e successivamente con cadenza mensile". Valutazione immediata", anche prima dei 15 giorni, se il DAP (Dipartimento Affari Penali) comunica "la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto".

L'articolo 2 del Dl dice poi che il magistrato deve "sentire l’autorità sanitaria regionale" per poter fare il punto sulla situazione sanitaria locale e acquisire anche dal DAP "l’eventuale disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta" in cui il detenuto già ai domiciliari possa riprendere a scontare la pena.

Nel terzo articolo si specifica poi che, nel caso degli arresti domiciliari "il Pubblico Ministero verifica la permanenza dei predetti motivi con cadenza mensile", salvo quando dal DAP giunga la comunicazione che ci sono posti disponibili nelle strutture sanitarie delle carceri o comunque nei reparti degli ospedali dedicati alle cure dei detenuti.

Con questa "stretta" si eviteranno altre "uscite eccellenti" e al tempo stesso si potrà porre rimedio con l'uscita dai domiciliari e il conseguente ritorno nei luoghi di detenzioni del nutrito gruppo di pericolosi personaggi con alle spalle pesanti condanne per gravissimi reati di mafia e di criminalità organizzata. E' già in corso attento monitoraggio da parte dello stesso Ministro Alfonso Bonafede e del nuovo vice capo del DAP, Roberto Tartaglia, dopo per l'esattezza 376 "scarcerazioni". Più di 400 altre istanze sono state infatti avanzate da detenuti, tra cui quelle del boss della camorra Raffaele Cutolo e del terrorista Cesare Battisti, estradato in Italia dopo trent'anni di latitanza.

Tartaglia aveva ricevuto l'incarico in sostituzione del capo del Dipartimento Affari Penitenziari, Francesco Basentini, dimessosi subito dopo lo scoppio dello "scandalo domiciliari per i mafiosi" che, anche per vari retroscena venuti alla luce nei giorni seguenti, ha rischiato di travolgere anche Bonafede, con gravissime possibili ripercussioni sulla tenuta del Governo. A dirigere il DAP è stato comunque nominato il Procuratore Generale di Reggio Calabria, Dino Petralia.