(Teleborsa) - A circa un anno dal "Liberation Day", la spinta che molti auspicavano per rilanciare la competitività europea non si è tradotta in un cambio di passo decisivo. Il dibattito si è spostato dall’attesa alla consapevolezza su quanto oggi sia necessario rafforzare la competitività economica dell’Europa e proteggerne gli interessi industriali, in un contesto globale segnato da tensioni commerciali, frammentazione delle catene del valore e crescente competizione tra aree economiche.
È quanto emerge dalla seconda edizione dello European Competitiveness Barometer di Boston Consulting Group (BCG), che ha coinvolto 850 C-Level e 6.400 cittadini nei principali Paesi europei, Italia compresa. Dall’analisi affiora un diffuso senso di urgenza: il 96% dei leader di impresa e l’85% dei cittadini ritengono necessario rafforzare la tutela degli interessi commerciali europei. Un richiamo trasversale che segnala come la competitività sia ormai percepita non solo come un obiettivo economico, ma come una condizione per la resilienza industriale e sociale del continente.
Davide Di Domenico, Managing Director e Senior Partner di BCG, commenta: "Le aziende europee sono passate da tre fasi nell’ultimo anno. In attesa dei dazi tutti erano immobili: tra le imprese si tendeva a rinviare investimenti e scelte strategiche. Dopo i dazi, le imprese hanno iniziato a muoversi con una logica di "controllo ciò che posso controllare". Ora, si è tornati al "business as usual", consapevoli di agire in un mondo diverso dal precedente".
I leader di impresa denunciano uno stato di immobilità che rischia di tradursi in una perdita di valore nel medio periodo. Per il 94% del business e l’81% dei cittadini, l’Europa deve abbandonare un’attitudine "naive" e muoversi verso una maggiore unione non solo come mercato di consumatori, ma anche come spazio in cui produrre e investire. Ne consegue il richiamo ad un cambio radicale: il 40% dei rispondenti del mondo business e il 36% dei cittadini indicano come necessaria una revisione completa dell’Unione Europea, pur riconoscendone la complessità (39% per il business, 43% per i cittadini).
Un’agenda pragmatica per rilanciare la competitività europea. Accanto alla richiesta di maggiore tutela, i leader indicano con chiarezza la necessità di un cambio nella modalità di azione per superare l’attuale stallo. Per l’87% dei leader intervistati è necessario favorire un gruppo di "Campioni Europei", composto da Paesi più allineati tra loro, a cui attribuire maggiore capacità decisionale per accelerare le scelte strategiche. L’obiettivo è superare le lentezze e le frammentazioni che oggi limitano l’efficacia dell’azione europea, adottando un approccio più pragmatico e orientato ai risultati. In questa prospettiva, oltre l’80% del campione indica alcune leve prioritarie per rafforzare la competitività: riduzione del carico fiscale, maggiore flessibilità del mercato del lavoro, semplificazione regolatoria, concorrenza equilibrata e contenimento della spesa pubblica.
Il Barometro BCG identifica inoltre cinque aree industriali prioritarie su cui concentrare gli sforzi secondo le imprese:
- Nelle nuove tecnologie, l’86% dei leader chiede incentivi fiscali mirati per sostenere investimenti ad alto rischio, per non perdere terreno sul fronte ricerca e sviluppo. L’82% ritiene opportuno creare una "DARPA" europea, in grado di stimolare l’innovazione anche con applicazioni civili.
- Sul fronte energetico, l’89% degli intervistati sottolinea la necessità di sviluppare un mix decarbonizzato. L’energia è ormai intesa come un’infrastruttura critica per competitività, sicurezza e continuità produttiva. L’87% indica come prioritaria la realizzazione di una "European Grid" per sostenere l’elettrificazione industriale e ridurre il gap di costi rispetto a Stati Uniti e Cina.
- L’integrazione dei mercati dei capitali, vista come un’infrastruttura abilitante. La frammentazione finanziaria aumenta la dipendenza da capitali extra-UE: l’84% dei leader chiede l’armonizzazione delle regolamentazioni bancarie, mentre l’88% auspica un’integrazione dei mercati dei capitali e un rafforzamento dell’ecosistema di venture capital.
- La difesa, indicata dall’83% dei leader come il nuovo "acciaio" europeo, sempre più integrato con space economy e tecnologie avanzate. L’85% ritiene prioritaria una maggiore cooperazione europea in questo ambito, considerato sempre più strategico non solo per la sicurezza, ma anche per lo sviluppo industriale e tecnologico.
- La sovranità delle supply chain rappresenta il punto di convergenza di tutte le priorità. Per l’88% degli intervistati è urgente ridurre le dipendenze esterne nei settori strategici e l’85% considera prioritario rafforzare i comparti critici delle catene di fornitura europee. La frammentazione delle filiere globali, l’aumento delle restrizioni all’export e la concentrazione produttiva in poche aree del mondo espongono l’industria europea a vulnerabilità strutturali.
"Tutte queste priorità hanno un fattore comune: la resilienza delle catene globali delle forniture – osserva Davide Di Domenico. La priorità vera dell’Europa è dunque quella di ridurre la sua dipendenza dall’estero: dagli Stati Uniti per difesa, tecnologia ed energia, da Russia e altri Paesi per le materie prime, dalla Cina per le commodity".
"More Europe" e l’ottimismo italiano
Sul piano del sentiment, la fiducia dei leader europei sul futuro della competitività si attesta oggi al 67%, in calo rispetto al picco dell’80% registrato al Liberation Day, ma comunque su livelli significativi. In questo contesto l’Italia si distingue per un grado di fiducia più elevato tra il business (81%), in controtendenza rispetto a Germania e Francia, segnalando una maggiore fiducia sulle prospettive.
"Penso che il motivo sia legato al fatto che l’Italia era il Paese più a rischio per i dazi, perché è molto esposto sul commercio e anche sugli Stati Uniti -conclude Di Domenico. Oggi prevale il sollievo per il fatto che il mondo non è crollato. Questo anche per la nostra struttura imprenditoriale fatta di Pmi: le piccole imprese sono infatti più flessibili rispetto alle grandi e questo si sta rivelando un vantaggio per l’Italia, in una fase in cui la flessibilità è fondamentale".
La spinta verso una maggiore integrazione europea resta trasversale. In Italia il 69% del business e il 67% dei cittadini indicano "more Europe" come leva per rafforzare la competitività. In Germania le percentuali si attestano al 72% tra le imprese e al 62% tra i cittadini, in Francia al 56% e al 53%. Un dato che conferma come, in un’Europa attraversata da tensioni e trasformazioni, l’integrazione sia percepita come la chiave per trasformare l’urgenza in un’agenda concreta di rilancio industriale.
(Foto: Photo by John Schnobrich on Unsplash)
Competitività UE: per Boston Consulting Group il 96% delle imprese chiede più integrazione
19 febbraio 2026 - 09.48