(Teleborsa) - L'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha travolto il comparto globale dei viaggi, che nella sola giornata di lunedì 2 marzo 2026 ha visto andare in fumo ben 22,6 miliardi di dollari di valore di mercato. È quanto calcolato da Reuters che ha aggiunto che la chiusura degli spazi aerei e degli hub strategici del Medio Oriente ha innescato una crisi che gli analisti definiscono il test più duro per l'aviazione civile dai tempi della pandemia di COVID-19.
Negli ultimi tre giorni sono stati cancellati almeno 4.000 voli in tutto il mondo. Gli scali di Dubai e Doha, centri nevralgici per il traffico internazionale, sono rimasti chiusi per la terza giornata consecutiva, lasciando decine di migliaia di passeggeri bloccati. Il panico ha colpito duramente le borse: a Wall Street, American Airlines e United Airlines registrano perdite superiori al 6%, mentre in Europa il colosso TUI è crollato del 9,6%, seguito da Lufthansa e IAG con cali superiori al 5%. Anche i giganti del turismo come Accor e Carnival hanno registrato pesanti ribassi.
Ad aggravare la situazione è l'impennata del prezzo del petrolio, salito fino al 13%, che fa presagire un aumento insostenibile dei costi del carburante per i vettori. Esperti del settore descrivono uno scenario da incubo, con aerei ed equipaggi bloccati in località errate e compagnie costrette a deviazioni costose. Particolarmente esposta appare Wizz Air, a causa della sua forte presenza in Israele, mentre vettori asiatici come Air India hanno dovuto riprogrammare scali tecnici in Europa per le rotte verso gli Stati Uniti.
Nonostante l'autorità dell'aviazione civile degli Emirati stia tentando di attivare voli speciali per permettere ai passeggeri di lasciare la regione e lo scalo Ben Gurion abbia annunciato riaperture limitate, le prospettive restano cupe.
Le compagnie aeree, già sotto pressione per il rallentamento dei consumi, affrontano ora settimane di disagi e costi operativi crescenti che minacciano seriamente la redditività del 2026.