(Teleborsa) - Lo scenario economico internazionale era caratterizzato da grande incertezza già prima dello scoppio della guerra in Iran il 28 febbraio 2026, allargatasi poi ai paesi vicini. Incertezza dovuta soprattutto ai dazi americani introdotti nel 2025. Questo stava determinando importanti correzioni nei flussi commerciali tra le varie economie. Lo sottolinea il Centro Studi Confindustria spiegando che su questo scenario in aggiustamento, si è innestato il conflitto in Medio Oriente, che aggiunge incertezza e avrà altri impatti negativi per le economie.

L’ipotesi di base della previsione per il 2026 e 2027, che modella tutte le variabili esogene internazionali è che il conflitto in Iran non si protragga oltre il mese di marzo. Tuttavia, dato che il quadro internazionale presenta un elevato grado di volatilità, sono stati disegnati anche due scenari alternativi, descritti nella Premessa, che ipotizzano un conflitto in Iran più lungo (4 mesi e 10 mesi) e con conseguenze peggiori per l’economia italiana e internazionale.

Per il petrolio, lo scenario baseline assume che l’abbondanza di produzione mondiale prevista prima della guerra rimanga come trend sottostante e che la guerra, pur pesando nel breve termine sulla disponibilità di petrolio a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, terminando a fine mese di marzo consenta di riprendere la produzione di petrolio a ritmi vicini a quelli pre-attacco. L’impatto principale del conflitto riguarderebbe l’aumento del prezzo del petrolio. Il Brent salirebbe in media a 78 dollari nel 2026 (da 69 nel 2025) e poi scenderebbe a 65 nel 2027. Rispetto allo scenario di ottobre, ciò comporta una revisione al rialzo nel 2026 di +16 dollari. Allo stesso modo per il gas, dopo la fine della guerra tornerebbero a prevalere i fondamentali ribassisti del mercato fisico mondiale. La quotazione in Europa salirebbe a 41 euro/mwh in media nel 2026 (da 36 nel 2025) e poi tornerebbe verso i 30 euro in media nel 2027. Per il 2026, si tratta di una revisione al rialzo di +9 euro/mwh.

Nello scenario baseline del Centro Studi Confindustria, il commercio mondiale di beni crescerà a ritmi modesti nel 2026 (+1,8%), sebbene più elevati rispetto a quanto incorporato nel Rapporto di Autunno 2025. L’impatto negativo crescente dei dazi USA sarà compensato, almeno in parte, dal proseguimento della riconfigurazione dei flussi commerciali, in particolare in Asia, mentre la guerra nel Golfo avrebbe un effetto negativo contenuto, grazie alla breve durata ipotizzata. Il commercio accelererà nel 2027 (+2,5%), sui ritmi del PIL mondiale, che crescerà a ritmi lievemente ridotti, a fronte delle profonde tensioni geopolitiche e dell’incertezza che rimane molto elevata.

La crescita degli USA è attesa al +2,2% nel 2026, di poco sopra quella del 2025, e in lieve rallentamento al +2,0% nel 2027. La dinamica del PIL è supportata soprattutto dalla buona tenuta delle abitudini di consumo delle famiglie e, in misura minore, dal contributo degli investimenti. Invece, è molto incerto quello delle esportazioni nette, per via dei continui cambiamenti sulle politiche tariffarie, e quello della spesa pubblica, per la possibilità di nuovi periodi di shutdown. Gli USA sono diventati nel tempo un esportatore netto sia di petrolio che di gas (sebbene continuino a importare alcune qualità di petrolio), quindi non sono soggetti a rischi di scarsità in termini di volumi e a contraccolpi sulla bilancia commerciale, anche se risentono comunque dell’aumento dei prezzi energetici. Ma questi aumenti sono più moderati di quanto si registra in Europa: il gas perché ha prezzi regionali più che globali; il petrolio perché negli Stati Uniti viene usato come riferimento il WTI la cui quotazione si sta significativamente discostando da quella del Brent e ora costa 15-20 dollari al barile in meno.

La guerra in Iran - si legge ancora - impatta in modo importante sulle prospettive di crescita delle economie emergenti. L’entità del rallentamento passa attraverso vari canali: distruzione di base produttiva in alcune economie, tra cui l’Iran che è la 12esima economia emergente per peso sul PIL mondiale; aumento dei prezzi di gas e petrolio, a cui sono più esposte Cina e India; difficoltà di approvvigionamento, per la riduzione della capacità estrattiva dei paesi del Golfo e l’impossibilità di far transitare le merci, anche non energetiche, per lo Stretto di Hormuz. Gli impatti sono eterogenei tra paesi, anche perché l’aumento nei prezzi degli idrocarburi produce effetti vantaggiosi per paesi esportatori lontani dal Golfo, come Russia e Nigeria. In aggregato, lo scenario base del CSC ipotizza che la crescita degli emergenti frenerà al +4,1% nel 2026 (da +4,4% nello scorso anno) e poi risalirà al +4,3% nel 2027.

Per l’Eurozona, lo scenario baseline del CSC ipotizza una crescita del PIL in frenata al +1,1% nel 2026, dopo il +1,5% nel 2025, a causa dell’evoluzione negativa dello scenario geopolitico mondiale. Seguirà poi una ripresa al +1,3% nel corso del 2027. La crescita dell’Eurozona è più elevata di quella delle tre principali economie (Germania, Francia, Italia), grazie al contributo vigoroso dell’economia spagnola e di alcuni paesi più piccoli. In prospettiva, l’andamento dell’Area dipenderà molto dal contributo della Germania, che sta provando a ripartire grazie a enormi piani di stimolo fiscale. Tra le componenti della domanda interna, i consumi sono l’elemento più stabile, mentre gli investimenti restano quella con la tendenza meno chiara. L’export netto ha incorporato chiaramente l’effetto peggiorativo delle tariffe nella seconda parte del 2025.

I mercati finanziari segnalavano fino a febbraio una stabilità dei tassi nell’Eurozona quest’anno e il prossimo, non più un orientamento al ribasso come sei mesi fa. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, però, i future sui tassi si sono rialzati, indicando un’inversione di rotta da parte della BCE. Lo scenario base del CSC incorpora tali indicazioni e ipotizza che nell’Eurozona ci sarà un rialzo di 0,25 entro dicembre 2026, seguito da una fase di stabilità nel 2027. Questo significa che mancherà uno stimolo monetario alla domanda interna dell’economia europea. I rischi sono elevati: a seconda della durata del conflitto e l’impatto sui prezzi, la BCE potrebbe alzare ulteriormente i tassi.