(Teleborsa) - “Esprimiamo forte preoccupazione per la norma che, a partire dal 15 giugno 2026, consentirà alla Pubblica Amministrazione di trattenere direttamente i compensi dovuti ai professionisti in presenza di pendenze fiscali, anche di importo minimo. Il provvedimento introduce un trattamento penalizzante nei confronti del lavoro autonomo professionale, prevedendo un meccanismo che rischia di trasformare il compenso per una prestazione resa alla P.A. in uno strumento di riscossione preventiva e generalizzata. Per questo chiediamo l’apertura di un confronto immediato con le istituzioni competenti, affinché la norma venga rivista introducendo criteri di proporzionalità, soglie ragionevoli e garanzie procedurali adeguate”. Lo affermano in una nota congiunta Francesco Cataldi, presidente Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (UNGDCEC), Gianluca Tartaro, presidente di Associazione Dottori Commercialisti (ADC), e Andrea Biekar, presidente Associazione Italiana Dottori Commercialisti (AIDC).

La misura, osservano i rappresentanti delle tre associazioni sindacali di categoria, “appare sproporzionata rispetto alle finalità dichiarate di tutela dell’erario, perché non tiene conto dell’entità della pendenza, della natura del credito professionale e della necessità di garantire procedure equilibrate e rispettose della dignità del lavoro”.

Particolarmente critica, secondo UNGDCEC, ADC e AIDC, è la disparità di trattamento rispetto ad altre categorie di contribuenti. “Mentre imprese e lavoratori dipendenti continuano a operare in un sistema fondato su soglie, verifiche e procedure graduate, per i professionisti si introduce un automatismo che può incidere direttamente sulla remunerazione dovuta per attività già svolte”.

È una norma che “rappresenta un grave arretramento nel rapporto tra Stato e professioni. I professionisti vengono spesso definiti dalle istituzioni presidio di legalità, competenza e cultura istituzionale. Tuttavia, con questo intervento, rischiano di essere trattati come soggetti da controllare preventivamente e in modo indiscriminato, anche a fronte di pendenze di minima entità. È una scelta che riteniamo discriminatoria, sproporzionata e lesiva della dignità del lavoro professionale”.

Le associazioni ricordano inoltre che molti professionisti operano quotidianamente a supporto della macchina pubblica: consulenti tecnici d’ufficio, periti, revisori, commercialisti e altri professionisti che prestano attività essenziali per il funzionamento della giustizia, degli enti pubblici e del sistema fiscale. In numerosi casi, tali prestazioni sono rese a tariffe non aggiornate da anni e con tempi di pagamento spesso lunghi e incerti.

“Lo Stato non può chiedere ai professionisti di garantire legalità, efficienza e competenza e, nello stesso tempo, introdurre strumenti che ne comprimono i diritti economici”, proseguono Tartaro, Cataldi e Biekar. “E allo stesso tempo la lotta all’evasione non può trasformarsi in una presunzione generalizzata di colpevolezza nei confronti di un’intera categoria. Chiediamo al Governo e al Parlamento di intervenire con urgenza per correggere una disposizione che rischia di produrre effetti ingiusti e profondamente distorsivi”.