(Teleborsa) - Le pressioni al rialzo sul mercato dei beni energetici, generate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente crescita dell'inflazione "potrebbero, a seconda della persistenza di tale scenario, rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto". Lo rileva l'Istat nel Rapporto annuale 2026 che registra come le retribuzioni contrattuali nel 2025 abbiano portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali ma rimanga una perdita di potere d'acquisto dell'8,6% dal 2019. Anche nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà. Quota che sale al 45% nelle famiglie a rischio di povertà ed è il 5,2% anche tra le famiglie ad alto reddito.
Il processo di stabilizzazione dell'inflazione, che risultava consolidato nel 2025, "è messo a rischio dalle nuove pressioni al rialzo sulle quotazioni delle materie prime energetiche, che potrebbero incidere negativamente sul potere d'acquisto e sull'attività economica". . "Qualora persistesse lo scenario di guerra con il blocco dello Stretto - hanno spiegato i tecnici dell'Istat - c'è una prospettiva in cui durante l'anno potrebbe realizzarsi un sorpasso dell'inflazione rispetto alla dinamica dei salari nominali". L'inflazione misurata dall'Ipca, in Italia, si è attestata nel 2025 all'1,6%, posizionandosi su tassi inferiori alla media dell'area euro (+2,1%). Tuttavia, nel corso dei primi mesi del 2026, le tensioni geopolitiche hanno determinato una brusca inversione di tendenza dei prezzi dell'energia, +9,3% ad aprile, portando l'indice armonizzato dei prezzi al consumo in Italia a crescere ad aprile al 2,8% su base annua.
Lo scenario previsivo per l'Italia "resta caratterizzato dalla prevalenza di rischi al ribasso, ma le stime più recenti dei principali previsori italiani e internazionali indicano comunque il mantenimento di un ritmo di crescita simile a quello osservato nel 2025". A indicarlo è l'Istat in occasione della presentazione del rapporto annuale 2026. Le prospettive economiche per il 2026 "sono condizionate dall'aggravarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno determinato negli ultimi mesi una forte risalita dei prezzi energetici, oltre 120 dollari al barile il Brent ad aprile, e una ripresa delle pressioni inflazionistiche. Il clima di fiducia dei consumatori ha subito un forte peggioramento a partire da marzo, mentre le imprese sembrano prefigurare una maggiore resilienza, mostrando però anch'esse un deterioramento della fiducia ad aprile". Le previsioni più recenti per il 2026 hanno rivisto fortemente al ribasso la crescita del Pil in Italia. In particolare, la Banca d'Italia e il ministero dell'Economia e delle Finanze stimano una crescita del Pil, rispettivamente dello 0,5 per cento e dello 0,6 per cento, e il Fmi dello 0,5 per cento.
Il mercato del lavoro italiano ha consolidato il percorso di crescita avviato nel periodo post-pandemia. Tuttavia, si osserva una crescente difficoltà a stabilizzare la condizione lavorativa, con meno transizioni da tempo determinato a indeterminato. La condizione dei giovani rimane critica, con tassi di occupazione che restano distanti dalla media europea, anche tra i laureati. Aumentano le forme di lavoro standard e cala la quota di occupazioni vulnerabili, caratterizzate da contratti temporanei, part-time involontario e bassi livelli retributivi. I lavoratori vulnerabili (lavoratori a termine e/o in part time involontario) sono in progressiva riduzione ma ammontano a oltre 4 milioni nel 2025 e rappresentano il 17% del totale degli occupati.
"Il divario tra lavoro vulnerabile e lavoro standard è particolarmente marcato sotto il profilo retributivo: nel settore privato extra-agricolo, nel 2023, la retribuzione lorda mediana dei lavoratori standard è pari a oltre 28 mila euro annui, mentre per i lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7 mila euro, a causa della forte frammentarietà dei loro percorsi nel mercato del lavoro e del più ridotto numero di ore lavorate", ha avvertito il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, illustrando il rapporto alla Camera. La struttura occupazionale mostra un aumento delle professioni altamente qualificate e un calo di quelle meno qualificate, anche se l'Italia continua a presentare un ritardo strutturale rispetto agli altri Paesi europei in termini di risorse umane impiegate nelle professioni scientifiche e tecnologiche. Tra il 2019 e il 2025, l'occupazione è cresciuta, trainata soprattutto dalle fasce più mature della popolazione, gli over 50, mentre i giovani continuano a incontrare difficoltà di ingresso e di stabilizzazione. La crescita occupazionale ha progressivamente ridotto il divario con l'Europa, ma il tasso di occupazione - nel 2025 pari al 62,5 per cento - colloca ancora il nostro Paese in posizione di coda dell'Ue27. Al contempo, si riduce il tasso di disoccupazione fino a raggiungere, con il 6,1 per cento, il livello medio europeo. Aumentano le forme di lavoro standard e cala la quota di occupazioni vulnerabili, caratterizzate da contratti temporanei, part-time involontario e bassi livelli retributivi. Persistono tuttavia ampi divari territoriali, di genere e per livello di istruzione. Tra il 2024 e il 2025, permangono nella stessa condizione il 94,2 per cento dei lavoratori standard e il 73,4 per cento dei lavoratori vulnerabili (il 7,9 per cento di questi riesce a transitare verso un'occupazione standard). La quota dei non occupati che trova lavoro è pari al 5,9 per cento (era 12,3 per cento tra il 2021 e il 2022) e nella maggior parte dei casi (oltre 67 per cento) si tratta di un lavoro vulnerabile.
L'Istat osserva anche che il sistema produttivo italiano affronta un marcato invecchiamento demografico, con l'età media degli occupati salita a 45,6 anni (+4,6 anni rispetto al 2007). La Pubblica Amministrazione presenta il profilo più anziano (49 anni e 20 di anzianità professionale), mentre i servizi Ict e il comparto alberghiero mantengono le strutture demografiche più giovani, riflettendo un maggiore ricambio occupazionale. L'età anagrafica ha un effetto non lineare sull'innovazione. Infatti, la propensione all'innovazione cresce con l'età media dei lavoratori fino a un livello critico (es. 41-42 anni per innovazione di prodotto), per poi diminuire. Oltre il 60 per cento delle imprese ha un'età media superiore a 42 anni, suggerendo che l'invecchiamento della forza lavoro frena l'innovazione. Tuttavia, una maggiore istruzione degli addetti può compensare l'effetto negativo dell'invecchiamento sulla propensione a innovare
Il report rileva anche che in Italia le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore (29,2 contro 26,9 mila euro), se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile (7,7 contro 5,9 mila euro).Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord. I lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento).
"Nel 2025, il Pil reale italiano è risultato superiore al livello del 2007 di appena l'1,9 per cento, un'espansione notevolmente inferiore rispetto a Francia, Germania e Spagna, cresciute di quasi il 20 per cento", ha detto il presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, presentando il rapporto Istat alla Camera. Le esportazioni di beni "hanno mostrato - ha spiegato Chelli - una buona tenuta, grazie a una parziale ricomposizione delle vendite verso settori a media e alta tecno-logia e al forte miglioramento qualitativo dei prodotti nei comparti a bassa tecnologia, più esposti alla concorrenza delle economie emergenti; nel complesso, il valore medio unitario delle vendite all'estero italiane è aumentato più rapidamente rispetto ai partner europei (+224 per cento dal 2000)". Al contrario, "l'Italia sconta un forte ritardo nell'export di servizi, in particolare in quelli a maggiore contenuto di conoscenza (Ict e servizi professionali), che hanno offerto un contributo alla crescita delle esportazioni pari alla metà rispetto alla Francia e alla Spagna, e a meno di un terzo rispetto alla Germania". Tra il 2007 e il 2024, il sistema economico italiano "è stato interessato da una profonda ricomposizione dell'input di lavoro. Mentre la manifattura ha perso il 16,9 per cento della propria forza lavoro (circa 700 mila unità di lavoro - ULA), i servizi hanno assorbito qua-si 2 milioni di nuovi occupati, concentrati soprattutto nella sanità, nel turismo e nelle attività professionali. La riallocazione del lavoro ha contribuito alla stagnazione della produttività oraria, che in Italia è cresciuta solo dell'1,4 per cento dal 2007, contro incrementi a doppia cifra in Germania (11,0 per cento) e in Spagna (18,0 per cento)", ha concluso.
"Nell'ultimo anno l'economia italiana ha mostrato segnali di resilienza in uno scenario globale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un'incertezza ormai persistente. Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività, che potrebbe beneficiare di una maggiore intensità di conoscenza dei processi produttivi", prosegue Chelli sottolineando che "una delle sfide chiave per il Paese si giocherà, del resto, sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre. Il rapporto evidenzia come maggiori investimenti in istruzione, competenze digitali e innovazione rappresentino una condizione essenziale per la tenuta dei livelli occupazionali, il miglioramento delle con-dizioni salariali e, più in generale, il benessere collettivo, in un contesto sociale segnato da vulnerabilità che permangono nel tempo".
L'adozione di nuove tecnologie "non è infatti sufficiente a stimolare la crescita economica, se non accompagnata dalla maturazione di nuove competenze e, insieme, da una riorganizzazione dei processi aziendali, in un sistema economico che dovrà tenere conto dell'aumento dell'età media della forza lavoro". La sfida è anche quella "di evitare che le disuguaglianze sociali, economiche, sanitarie e territoriali si cristallizzino, agendo, oltre che su un maggiore investimento in istruzione, anche sul rafforzamento del capitale sociale, fattore di protezione contro i rischi di esclusione, ridotta mobilità sociale e minore benessere. È importante, a riguardo, promuovere un'effettiva inclusione digitale e lo sviluppo di competenze adeguate, riducendo i riflessi negativi delle nuove tecnologie soprattutto per le giovani generazioni", ha spiegato Chelli. Si tratta "certamente di sfide rilevanti che richiedono la coesione di tutti gli attori e di tutte le forze che possono contribuire allo sviluppo della nostra società", ha concluso.