(Teleborsa) - Le storiche "tute blu" dell'industria italiana sono sempre meno. Tra il 2007 e il 2024 il settore manifatturiero ha perso circa 700 mila posti di lavoro, oltre uno su sei. A evidenziarlo è il rapporto annuale dell'Istat, che descrive una profonda trasformazione del mercato del lavoro: l'occupazione complessiva cresce, ma non nelle fabbriche, nei negozi e nella pubblica amministrazione.

Negli ultimi diciassette anni, manifattura, commercio e settore pubblico hanno registrato una perdita complessiva di 1,35 milioni di occupati. Parallelamente, altri comparti hanno creato quasi due milioni di nuovi posti di lavoro, soprattutto nella sanità e assistenza sociale, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e nei servizi di alloggio e ristorazione. Una crescita che ha compensato sul piano numerico il declino dell'industria.

Dal 2022, anno segnato dalla crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, fino alla fine del 2025, la produzione manifatturiera italiana ha accumulato 36 mesi di contrazione tendenziale. Durante l'assemblea annuale di Confindustria, il presidente Emanuele Orsini ha lanciato l'allarme sul rischio di trasformare l'Europa in un "deserto industriale", denunciando anche l'impatto della concorrenza cinese, che avrebbe causato la perdita di un milione di posti di lavoro europei nel solo 2025.

Il confronto europeo evidenzia ulteriormente le difficoltà italiane. Tra il 2018 e il 2025 la produzione manifatturiera dell'Unione europea è cresciuta in media del 2,2%, con performance particolarmente positive in Polonia (+32,9%) e Belgio (+21,7%). Al contrario, Italia (-7,4%), Germania (-14,3%) e Francia (-3,1%) hanno registrato una flessione, mentre la Spagna è rimasta sostanzialmente stabile (+0,5%).

Secondo l'Istat, queste differenze dipendono soprattutto dalla struttura produttiva dei singoli Paesi. La crescita si è concentrata nei settori ad alta tecnologia e nei comparti con una domanda più stabile, come l'alimentare. Al contrario, i settori energivori e più esposti agli shock dei costi e della domanda internazionale — tra cui chimica, metallurgia, carta, automotive e tessile — hanno attraversato una fase di forte difficoltà.

In Italia il comparto più colpito è stato il tessile-abbigliamento, che tra il 2007 e il 2024 ha perso il 40% dei suoi occupati. Pesanti riduzioni si sono registrate anche nelle industrie del legno, nei materiali non metalliferi e nella produzione di articoli in gomma e plastica, tutti settori particolarmente esposti alla concorrenza delle economie emergenti.

Per l'Istat non si tratta soltanto di una perdita di occupazione industriale, ma di un vero cambiamento della struttura produttiva del Paese. Una parte significativa del lavoro si è spostata dalla manifattura ai servizi ad alta intensità di manodopera, caratterizzati però da una crescita della produttività limitata o addirittura negativa. Questo ha sostenuto l'occupazione, ma ha contribuito a mantenere debole la produttività del sistema economico: dal 2007 è aumentata appena dell'1,4%, contro l'11% della Germania e il 18% della Spagna.