(Teleborsa) - Nell'attuale "fase matura di ristrutturazione" in cui il sistema bancario italiano continua a razionalizzare la propria struttura, emerge un "ruolo stabile ma strutturalmente più rilevante" per gli intermediari esteri, il cui contributo appare sempre più orientato verso segmenti di nicchia e attività non intensive in termini di filiali. È quanto emerge dal report annuale dell'AIBE, l'Associazione Italiana Banche Estere, che hanno un ruolo strategico nell'accesso ai mercati dei capitali, nell'internazionalizzazione delle imprese, nel risparmio gestito e nel credito specializzato.

Alla fine del 2025 operavano in Italia 414 banche (420 alla fine del 2024, -6 su base annua), di cui 77 con sede all'estero (+1). In una prospettiva di medio-lungo termine, il sistema bancario italiano ha subito un significativo processo di consolidamento e ridimensionamento della rete distributiva fisica. Il numero totale di banche è diminuito costantemente, passando da 935 nel 1997 a 414 nel 2025 (-56%), mentre il numero di filiali ha seguito una traiettoria discendente simile, seppur meno marcata, scendendo da un picco di oltre 34.000 unità nel 2008/09 a 19.140 nel 2025 (-44%). Nello stesso periodo, il ruolo delle banche estere è "cresciuto in termini relativi, pur rimanendo modesto in termini assoluti", sottolinea l'AIBE. Il numero di banche estere è aumentato moderatamente (da 55 a 77), mentre la loro quota sul totale delle banche è più che triplicata, passando dal 5,9% nel 1997 al 18,6% nel 2025. Al contrario, la loro presenza sul totale delle filiali è rimasta marginale e sostanzialmente invariata (0,6%), a conferma che il modello di business delle banche estere è principalmente focalizzato su attività specializzate piuttosto che su una penetrazione nel mercato retail.

Concentrandoci sull'anno scorso, il report fa notare che la contrazione del sistema bancario nazionale è proseguita, seppur a un ritmo più lento: il numero di banche è diminuito da 428 nel 2023 a 414 nel 2025, e quello delle filiali da 20.160 a 19.140 (-5,1%). In questo contesto, la quota delle banche estere è rimasta sostanzialmente stabile, a livelli storicamente elevati (18,6% alla fine del 2025 dal 18,1% l'anno prima), a dimostrazione che la loro importanza relativa è sostenuta principalmente dal continuo consolidamento degli istituti nazionali piuttosto che da una significativa espansione del loro numero o della loro presenza fisica. Alla fine del 2025, il numero di dipendenti impiegati nelle filiali di banche estere ha superato le 7.600 unità, con un incremento di circa il 5% rispetto all'anno precedente.

Il corporate e investment banking

Nel 2025 si è consolidata la crescita del mercato dei prestiti sindacati, che ha raggiunto circa 90 miliardi di euro. Dopo la pandemia, il ruolo degli intermediari esteri in qualità di bookrunner si è ulteriormente rafforzato, con una quota di mercato pari al 72%. La presenza degli operatori internazionali risulta particolarmente significativa nelle operazioni di maggiore dimensione, dove le banche estere continuano a svolgere un ruolo chiave grazie a reti distributive più ampie, maggiori capacità di collocamento, competenze specialistiche e accesso agli investitori globali.

Nel project finance, l'accelerazione del mercato post-pandemia è stata sostenuta dagli arranger esteri, che nel 2025 hanno mantenuto una posizione dominante, con una quota pari al 61% delle emissioni, in particolare nei settori delle rinnovabili, dell'energia, delle utilities e dei trasporti.

Nel 2025 il mercato italiano dell'M&A si è mosso in parziale controtendenza rispetto al mercato globale, che ha registrato volumi in crescita. In Italia il controvalore complessivo si è attestato a circa 74 miliardi di euro (-7% rispetto al 2024), distribuito però su un numero crescente di operazioni, oltre 1.400 deal (+2%). Si conferma la rilevanza delle operazioni cross-border, pari al 47% del valore complessivo. Le operazioni estero su Italia hanno raggiunto 20,4 miliardi di euro, pari al 28% del totale, con una forte presenza di investitori europei e nordamericani. Gli advisor esteri hanno assistito circa l'88% dei deal.

Il mercato italiano di private equity e venture capital ha mostrato nel 2025 una forte volatilità nelle fonti di finanziamento. La raccolta ha registrato una contrazione del 28% su base annua, accompagnata però da un maggiore equilibrio tra fondi domestici e fondi paneuropei (questi ultimi in crescita del 20% a 3,1 miliardi di euro), che continuano a rappresentare un importante canale di integrazione con i mercati europei dei capitali.

L'advisory e capital markets

Nel mercato delle emissioni di debito, il 2025 ha confermato il trend di crescita osservato nell'ultimo decennio, con un incremento delle emissioni pari al 14%. La domanda è rimasta sostenuta e i bookrunner esteri hanno conservato un ruolo centrale, con una quota di mercato pari al 79%, soprattutto a supporto delle emissioni governative e dei settori finance, utility ed energy.

Il mercato del capitale di rischio ha registrato una ripresa dei controvalori, saliti a 8,4 miliardi di euro, in aumento del 24%. Il comparto resta tuttavia concentrato su poche grandi operazioni: le prime cinque rappresentano il 70% del controvalore emesso. Anche in questo segmento si conferma il peso degli operatori internazionali, con bookrunner esteri coinvolti nel 95% delle operazioni.

L'asset management

Nel risparmio gestito, all'interno di un mercato in crescita, si è progressivamente consolidata la quota riconducibile a gruppi di diritto estero, pari al . Il dato conferma una crescente internazionalizzazione strutturale del settore, una maggiore diversificazione dell'offerta e una più forte integrazione dei mercati europei del risparmio gestito.

Quattro operatori non residenti figurano tra i primi dieci intermediari per masse gestite. La quota di mercato degli operatori esteri è ancora più significativa nella gestione collettiva, dove raggiunge il 47,2% (era 34,4 dieci anni prima), con masse gestite raddoppiate nell'ultimo decennio fino a 670 miliardi di euro.

Nella gestione di portafoglio, pur a fronte di una quota di mercato più contenuta, pari al 20,8%, gli AUM gestiti da operatori esteri sono cresciuti del 20% nell'ultimo triennio, a fronte di una crescita complessiva del mercato pari al 16%.

All'interno della top 10, i gruppi stranieri gestiscono circa 487 miliardi di euro di asset in gestione (AUM), pari al 24,3% del totale della top 10. La quota degli operatori non nazionali sale al 30,4% per la top 15 e al 34% per la top 20. L'83% di tutti gli AUM intermediati da operatori stranieri è gestito dai 5 operatori più attivi.

Il credito specializzato

Nei tre comparti analizzati - leasing, factoring e credito al consumo - il 2025 conferma la stabilità delle quote di mercato riconducibili agli intermediari esteri. Nel leasing, lo stipulato degli operatori esteri è pari a 9,9 miliardi di euro, con una quota di mercato del 27,3%. In alcuni comparti, come il leasing strumentale finanziario e operativo, gli operatori di emanazione estera detengono quote maggioritarie rispetto ai player domestici.

Nel factoring, la quota dei soggetti esteri è in leggera crescita, intorno al 18%, per un turnover annuo pari a 52 miliardi di euro. Nel credito al consumo, infine, la struttura competitiva resta stabile: 18 operatori su 40 sono di emanazione estera, a fronte di flussi cumulati in leggera contrazione, pari a 37,6 miliardi di euro. Nell'ultimo quadriennio i soggetti esteri hanno finanziato stabilmente oltre la metà del mercato, con quote comprese tra il 52% e il 55%.

I primi mesi del 2026

I dati relativi ai primi quattro mesi del 2026 confermano un "quadro differenziato ma, nel complesso, ancora resiliente", si legge nel rapporto. Sul mercato dei capitali di debito, tra gennaio e aprile è stato già collocato un ammontare pari a circa il 50% dei circa 109 miliardi di euro emessi nell'intero 2025, con una quota riconducibile ai bookrunner esteri del 79%. Più contenuta, invece, l'attività sull'Equity Capital Markets, con volumi pari a 1,3 miliardi di euro distribuiti su 7 operazioni. Nel mercato dei prestiti sindacati, infine, il controvalore emesso nei primi tre mesi dell'anno si è attestato intorno a 26 miliardi di euro, in calo di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nel complesso, il quadro piuttosto differenziato mostra che gli emittenti italiani non sembrano quindi aver rinviato in misura significativa le decisioni di finanziamento, pur operando in un contesto geopolitico di elevata instabilità.

Il commento di Guido Rosa

Il ruolo delle banche estere in Italia è "particolarmente rilevante - commenta Guido Rosa, presidente di AIBE - Senza il contributo degli intermediari internazionali, una parte importante dell'attività finanziaria più qualificata a sostegno delle imprese italiane sarebbe molto più limitata. Le banche estere portano capitali, competenze, reti globali, capacità di distribuzione internazionale e accesso a investitori che il solo mercato domestico faticherebbe a garantire con la stessa profondità. La loro presenza non è quindi un elemento marginale, ma un fattore che rafforza la capacità del Paese di finanziare le imprese, accompagnarle sui mercati globali e sostenere operazioni di sviluppo e crescita".

"Il mercato dei capitali non è un tema tecnico per addetti ai lavori: è una vera infrastruttura della competitività - aggiunge - Negli Stati Uniti il capitale finanzia innovazione, acquisizioni, quotazioni in Borsa, tecnologia e crescita globale. In Europa, invece, continuiamo ad avere mercati finanziari troppo piccoli e frammentati, regole disomogenee e prassi di vigilanza non sempre allineate. Il risultato è che disponiamo di un enorme risparmio privato, ma facciamo ancora troppa fatica a trasformarlo in investimento produttivo. È una debolezza strategica, non una questione burocratica".

"Per questo servono regole più semplici, omogenee e leggibili; strumenti concreti per mobilitare il risparmio privato verso le imprese - sostiene Rosa - un passaporto operativo realmente europeo per gli intermediari e un mercato unico dei capitali capace di rappresentare per la finanza europea il salto di scala che l'euro ha rappresentato per la moneta. Ma questo percorso non può prescindere da un altro nodo decisivo: l'omogeneizzazione dei sistemi fiscali e il superamento delle giurisdizioni opache o a fiscalità di vantaggio. O l'Europa si dà rapidamente regole comuni anche su questo terreno, riducendo arbitraggi, concorrenza fiscale interna e aree grigie, oppure rischia di essere progressivamente marginalizzata nella competizione finanziaria globale".