(Teleborsa) - Tre presidenti delle Federal Reserve regionali hanno reso pubbliche le motivazioni del proprio voto contrario nella riunione del FOMC del 28-29 luglio, schierandosi tutti a favore di un rialzo di un quarto di punto percentuale dei tassi, in contrasto con la decisione della maggioranza del Comitato di lasciare i tassi invariati. Il triplice dissenso sottolinea una crescente preoccupazione, all'interno della Fed, sulla persistenza dell'inflazione oltre il target del 2%, a più di cinque anni dal picco post-pandemico.

Lorie Logan, presidente della Fed di Dallas, ha scritto che "l'inflazione non sembra essere sulla via per raggiungere in modo sostenibile l'obiettivo del 2%", stimando che il tasso si stia piuttosto stabilizzando "verso il 2,5%", con rischi "orientati al rialzo". Pur riconoscendo un mercato del lavoro "solido e forse in leggero rafforzamento", Logan ha sostenuto che l'assenza di restrizione monetaria lascerebbe l'inflazione sopra target fino a uno "shock inatteso" su cui il FOMC non può fare affidamento, concludendo che "un'azione modesta nel breve termine ridurrebbe la probabilità di dover intraprendere un'azione più decisa in seguito".

Per Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland, il problema è ormai strutturale: "L'inflazione è rimasta ostinatamente sopra il 2% per oltre cinque anni, e non sono fiduciosa che tornerà al nostro obiettivo da sola". Hammack ha portato un elemento distintivo raccolto direttamente dal proprio distretto: "Le aziende descrivono le pressioni sui prezzi come in espansione piuttosto che in attenuazione, e i consumatori esprimono disperazione per i prezzi persistentemente più alti". Con il mercato del lavoro vicino alla piena occupazione, Hammack ha indicato l'inflazione come "il problema più pressante", ritenendo l'attuale impostazione di policy "non appropriatamente restrittiva".

Il ragionamento più articolato arriva da Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, che ha costruito la propria posizione attorno al rischio di una successione di shock d'offerta capace di radicare l'inflazione: dalle interruzioni della catena di approvvigionamento della pandemia, alla guerra in Ucraina, alla guerra commerciale, "e, più recentemente, il conflitto in Iran", a cui si aggiunge "il massiccio investimento nei data center", che ha introdotto "un nuovo elemento di domanda". Richiamando esplicitamente il precedente storico, Kashkari ha osservato che "i responsabili di politica monetaria durante gli anni '70 diagnosticarono anch'essi la straordinaria inflazione di quel periodo come il risultato di una serie di shock dell'offerta successivi" e "conclusero infine che una politica monetaria restrittiva fosse necessaria per riportare l'inflazione sotto controllo". Pur ammettendo che "l'economia oggi è in una posizione molto, molto migliore" rispetto a quel decennio, ha concluso di preferire "restringere la politica in modo incrementale mentre si raccolgono ulteriori dati", giudicando una serie di piccoli interventi preferibile rispetto al rischio di dover ricorrere in futuro ad azioni più brusche.