(Teleborsa) - "Il debito personale e il debito societario sono grandezze diverse, si misurano su basi diverse e non sono sommabili. Da questa confusione dipende gran parte delle ricostruzioni circolate. Sul piano personale, Leonardo Maria Del Vecchio dispone di affidamenti nell'ordine di 500 milioni presso primari istituti bancari, secondo un assetto già noto e invariato nel tempo". Lo afferma in una nota LMDV Capital, holding di investimento di Leonardo Maria Del Vecchio, in relazione ai reiterati riferimenti all'indebitamento di Leonardo Maria Del Vecchio e del family office comparsi sulla stampa nelle ultime settimane.
Sul piano societario, il debito è "contratto - prosegue - dalle società operative, ciascuna sulla base della propria capacità di servizio e dei propri attivi. Tra queste, LMDV Capital è titolare di un finanziamento concesso da CA Indosuez, integralmente assistito dal portafoglio di investimenti della società. Le cifre circolate nascono dalla somma indistinta di queste due sfere, a cui si aggiungono voci che debito non sono. Vale comunque osservare che, anche sommando all'esposizione personale la linea di credito di LMDV Capital e le posizioni assistite da beni reali, il totale è pari a 950 milioni".
"Tra le voci - prosegue LMDV Capital - che si aggiungono impropriamente a questa somma, alcune meritano un chiarimento a parte. I crediti di firma sono garanzie rilasciate da banche o intermediari finanziari, non provvista erogata: includerli nell'indebitamento non è una diversa interpretazione dei dati, è un errore tecnico. Le società partecipate possono inoltre contrarre debito, bancario e non bancario, in autonomia e in funzione della propria capacità di servizio: è prassi ordinaria - e indice di solidità di un'iniziativa - avere co-investitori privati sui singoli progetti. Il loro apporto viene però erroneamente qualificato come "private debt di Leonardo Maria Del Vecchio": chi mette capitale come co-investitore condivide il rischio del progetto, chi presta denaro come creditore ha diritto a riaverlo comunque vada. Sono ruoli diversi, con rischi diversi, e per questo chiamare "debito" l'apporto di un co-investitore non è corretto". "Al netto - conclude - di queste voci improprie, le esposizioni effettive restano tutte assistite da garanzia: il finanziamento CA Indosuez è assistito dal portafoglio di investimenti del family office, le ulteriori posizioni da beni reali, sotto forma di mutui e leasing. Gli affidamenti in discussione sono stati concessi da primari istituti bancari all'esito dei rispettivi processi di istruttoria, delibera e presidio del rischio, sotto la vigilanza delle autorità competenti".
"Alla data odierna non risulta alcuna posizione scaduta e non onorata, sia nel perimetro personale che in quello societario", viene sottolineato. "Tutte le obbligazioni - prosegue - sono state adempiute alle scadenze contrattuali. Riferire di inadempimenti, morosità o rate non onorate a carico di un operatore finanziario incide direttamente sulla sua reputazione creditizia e sulla percezione della sua affidabilità presso istituti, controparti e investitori". Il patrimonio personale di Leonardo Maria Del Vecchio è "stimato in circa 6 miliardi. Affidamenti personali per 500 milioni corrispondono a meno del 10% di tale patrimonio, a fronte di una soglia di leva che la prassi bancaria consolidata considera agevolmente gestibile fino all'ordine del 30%. È il livello a cui opera ordinariamente chiunque gestisca un portafoglio di titoli e investimenti. È a questo livello che la parola "debito", come usata dalla stampa, risulta impropria. Il debito vero è quello ripagato con incassi futuri - quello delle imprese sui ricavi, delle famiglie sui mutui". "Sul piano personale - viene aggiunto - si tratta invece di lombardizzazione: si ottiene liquidità dando in garanzia titoli già posseduti, senza venderli. È patrimonio reso liquido, non un debito da ripagare con redditi futuri. Il debito delle società operative, infine, si valuta sui loro bilanci e flussi: non è debito personale e non vi si può ricondurre".
Stamattina il Corriere della Sera ha scritto che Luca e Paola Del Vecchio si preparano a far valere i loro diritti sulla mancata vendita delle loro quote di Delfin al fratello Leonardo Maria. I loro avvocati, secondo quanto scrive il quotidiano, avrebbero pronta una lettera per invitare LMDV Capital a rispettare il contratto e quindi pagare 250 milioni a testa ai due fratelli venditori. Intanto, martedì 22 settembre il giudice lussemburghese si esprimerà sulla richiesta di Delfin di prorogare di altri 6 mesi i tempi per la prelazione sulle quote azionarie di Leonardo Maria e Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico. I tre fratelli avevano fatto domanda di trasferire la quota del 12,5% in veicoli societari personali, come già ottenuto ad agosto da Luca e Paola. Sulle quote di Luca e Paola, Leonardo Maria Del Vecchio aveva esercitato la prelazione, firmando con i due fratelli un contratto per acquistarle a un valore di 10 miliardi complessivi. L'operazione non è mai andata a buon fine, ma nel contratto di compravendita era però prevista una clausola che imponeva una penale di 500 milioni totali nel caso in cui l'operazione non fosse stata perfezionata. Nell'accordo, infatti, mancava una clausola che subordinasse l'acquisto al finanziamento. Fonti vicine a LMDV Capital parlano della possibilità di aprire un arbitrato per cercare una ricomposizione con Luca e Paola. Il terreno per un accordo potrebbe essere la governance: Leonardo Maria Del Vecchio potrebbe offrire di avvicinarsi alle richieste dei due fratelli per una modifica dello statuto, una volontà condivisa anche da Clemente e Rocco Basilico.
LMDV Capital, debito personale e societario sono diversi, nessuna posizione scaduta
I chiarimenti
08 settembre 2026 - 13.05