(Teleborsa) - Scope Ratings ha confermato venerdì sera il rating dell'Italia a "BBB+" con outlook positivo. Secondo l'agenzia, i rischi sono quindi orientati al rialzo. Per l'upgrade, però, Scope vuole vedere se disciplina di bilancio e slancio riformatore sopravviveranno al prossimo ciclo elettorale.
Deficit in risalita, ma solo temporanea
Il disavanzo è sceso dal 9,4% del PIL del 2020 al 3,1% del 2025, e Scope lo vede al 2,9% nel 2026. Il governo intende usare in parte la clausola di salvaguardia nazionale per spese in difesa e sicurezza energetica, pari complessivamente all'1,2% del PIL nel biennio 2027-28. Per questo il deficit risalirà al 3,4% nel 2027, per poi tornare a scendere fino al 2,7% nel 2031. Lo stesso andamento vale per l'avanzo primario: dall'1,2% del 2026 calerà allo 0,8% nel 2027, per poi risalire all'1,9% a fine periodo. Sono livelli migliori di quelli attesi dal FMI per Spagna (circa 0,2%) e Portogallo (0,7%). A rendere credibile il percorso c'è soprattutto una base di entrate più solida. Il tax gap è sceso dal 5,6% del PIL nel 2014 al 4,1% nel 2023, e l'agenzia si aspetta ulteriori progressi grazie alla digitalizzazione dell'amministrazione fiscale. Scope riconosce anche la maggiore stabilità politica dal 2022 rispetto alla breve durata dei governi del passato.
Debito alto ma ben strutturato
Il rapporto debito/PIL, circa il 137%, resta tra i più elevati d'Europa. Scope lo vede sostanzialmente stabile e intorno al 135% entro il 2031. I crediti d'imposta per le ristrutturazioni edilizie continueranno a pesare sulla cassa fino al 2027. Il rischio legato a rendimenti più alti è attenuato da diversi fattori: una vita media del debito di circa sette anni e una quota maggiore di titoli a tasso fisso; un fabbisogno netto di cassa che, secondo il governo, scenderà dal 5,7% del PIL nel 2026 al 2,0% nel 2029; una base di investitori più ampia (le banche centrali e le altre istituzioni ufficiali hanno portato la loro quota nei collocamenti sindacati a circa il 16% nel 2023-26, dal 6% del 2019-21). La spesa per interessi salirebbe comunque dall'8,7% delle entrate nel 2026 al 9,5% nel 2031, restando sotto i massimi storici.
Economia più resiliente
Le revisioni dei conti nazionali hanno alzato la crescita del PIL all'1,1% nel 2024 e allo 0,6% nel 2025. Per quest'anno Scope stima un +1,0%, nonostante un'inflazione attesa al 3,0%. Nel 2027-31 la crescita media sarebbe dello 0,9%, in linea con il potenziale. Gli occupati hanno toccato il record di 24,4 milioni nel secondo trimestre 2026. Anche le banche, redditizie e ben capitalizzate, e una posizione patrimoniale netta sull'estero positiva (circa 14,6% del PIL) riducono le vulnerabilità. Sul PNRR l'agenzia non prevede un crollo degli investimenti dopo la chiusura formale del Piano. La richiesta della decima e ultima rata è stata inviata a settembre. Secondo Banca d'Italia, il governo stima circa 45 miliardi di spesa dopo il 2026, legata soprattutto alla componente prestiti. Gli investimenti pubblici, al picco del 4,0% del PIL nel 2026, scenderebbero al 3,4% nel 2029, ancora sopra la media del 2,8% del 2000-2019.
I punti deboli
Restano tre vincoli strutturali. Il primo è il debito elevato, che limita la capacità di assorbire nuovi shock. Il secondo è la produttività, cresciuta in media appena dello 0,1% annuo tra il 2000 e il 2025 contro lo 0,8% dell'Eurozona. Il tasso di occupazione è al record del 63,4%, ma resta circa otto punti sotto la media dell'area euro, soprattutto per la bassa partecipazione di donne e giovani. Il terzo è la demografia. Secondo la Commissione europea, entro il 2050 la popolazione in età lavorativa calerà di circa il 15% e i pensionati aumenteranno del 19%. L'indice di dipendenza degli anziani salirebbe così al 66%, contro il 56% medio dell'Eurozona. La spesa pensionistica è ora attesa al picco del 17,1% del PIL nel 2040, contro il 17,8% della stima precedente.
Il test delle urne
Scope seguirà le possibili modifiche alla legge elettorale dopo la pronuncia della Corte costituzionale e l'esito delle politiche del 2027. Secondo l'agenzia, il quadro di regole fiscali UE e la disciplina dei mercati dovrebbero comunque spingere anche il prossimo esecutivo a mantenere una linea prudente.