(Teleborsa) - Il mondo del lavoro sta attraversando una delle trasformazioni più profonde degli ultimi decenni. Ad alimentarla, dinamiche economiche, demografiche e tecnologiche che stanno ridefinendo in modo duraturo ruoli, competenze e modelli organizzativi.
In questo scenario, l’adozione delle tecnologie digitali si configura come uno dei principali fattori di trasformazione entro il 2030. Secondo il Future of Jobs Report del World Economic Forum, l’86% dei datori di lavoro ritiene che l’intelligenza artificiale e l’elaborazione delle informazioni avranno un impatto significativo sui modelli di business, seguite da robotica e automazione, indicate dal 58% delle aziende. Un’evoluzione che riguarda da vicino anche il contesto italiano: secondo gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, infatti, nel 2025 l’intelligenza artificiale ha già influenzato le attività quotidiane di oltre la metà della forza lavoro. La centralità della tecnologia non si traduce però in una marginalizzazione del fattore umano: le competenze più richieste, dall’AI ai big data, dalla cybersecurity all’alfabetizzazione digitale, generano valore solo se integrate con capacità tipicamente umane come il pensiero analitico, la resilienza e la leadership, considerate già oggi essenziali da oltre il 70% delle organizzazioni.
Di fronte a questo cambiamento, guardare al lavoro del 2026 esclusivamente in termini di efficienza non è più sufficiente: serve una visione più ampia, capace di tenere insieme innovazione tecnologica, benessere delle persone e responsabilità organizzativa. È da questa consapevolezza che prendono forma i 5 consigli di Mudra, l’advisory company che ridefinisce il concetto stesso di consulenza strategica, per ripensare il lavoro come una leva di valore duraturo, mettendo al centro le persone, la solidità dell’impresa e la qualità delle scelte che ne orientano il futuro.
Restituire umanità alle persone
L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come una forza destinata a sostituire il lavoro umano o, al contrario, come una soluzione in grado di risolvere ogni inefficienza organizzativa. In realtà, l’AI non è né un nemico né una bacchetta magica, ma uno strumento potente che richiede consapevolezza, metodo e responsabilità. Integrarla in modo efficace significa investire in formazione mirata, definire regole chiare sull’utilizzo dei dati e dotarsi di linee guida operative condivise, capaci di orientare comportamenti e decisioni nel lavoro quotidiano. In assenza di queste basi, il rischio non è soltanto tecnico o normativo, ma anche culturale: delegare ai sistemi automatizzati senza una reale comprensione dei loro limiti può indebolire il pensiero critico e appiattire i processi decisionali.
"In un contesto sempre più automatizzato, il vero valore competitivo risiede nelle competenze che nessun algoritmo può replicare: pensiero critico, creatività, capacità di interpretare contesti complessi e di esercitare un giudizio responsabile", spiega Carlotta Silvestrini, fondatrice e Co-CEO di Mudra. "Restituire umanità alle persone non significa rallentare l’innovazione, ma orientarla, usare la tecnologia per liberare tempo, energie e intelligenza, affinché ognuno possa concentrarsi su ciò che genera valore reale e duraturo, per le organizzazioni e per chi le vive ogni giorno".
Valorizzare l’impresa, non solo il capitale
La crescita finanziaria viene spesso perseguita come un obiettivo a sé, separato dalla solidità dell’impresa e dal benessere delle persone che ne rendono possibile il funzionamento. Nel medio-lungo periodo, però, questi elementi sono strettamente interdipendenti. Disinvestire nel patrimonio industriale, nelle competenze o nella cultura organizzativa può generare benefici nel breve termine, ma espone l’impresa a una fragilità strutturale che ne compromette stabilità e capacità di innovare. Valorizzare e proteggere l’impresa significa, invece, difendere la possibilità di costruire futuro: investire in formazione, innovazione e cultura aziendale non è un costo accessorio, ma una scelta strategica che genera valore per tutti gli attori coinvolti. In questa prospettiva, il capitale finanziario non è il fine ultimo, ma uno strumento al servizio di una visione capace di tenere insieme performance economica, continuità industriale e sostenibilità della crescita nel tempo.
Rendere lo smart working una scelta consapevole
Nel 2025, lo smart working ha continuato a crescere, coinvolgendo circa 3,57 milioni di lavoratori, ma trattarlo come un dogma rischia di svuotarne il potenziale. Il lavoro da remoto funziona solo se adottato come scelta consapevole, all’interno di un modello organizzativo chiaro, e non come soluzione indistinta. In assenza di obiettivi condivisi, ruoli definiti e una struttura adeguata, la distanza fisica può infatti tradursi in inefficienza e isolamento, indebolendo il senso di appartenenza e la qualità delle interazioni. Per questo, un equilibrio tra presenza e remoto resta la soluzione più sostenibile: un modello ibrido valorizza sia il confronto sia la concentrazione individuale, contribuendo a tenere insieme efficienza e dimensione umana. "Ripensare lo smart working in questi termini significa smettere di discuterne in modo ideologico e iniziare a progettarlo come una leva organizzativa, capace di adattarsi alle esigenze reali dell’impresa e delle persone", spiega Carlotta Silvestrini.
Comunicare meno, ma comunicare meglio
Negli ultimi anni, la comunicazione interna è aumentata in modo esponenziale dal punto di vista quantitativo, ma non qualitativo. Messaggi, notifiche, call e riunioni si sono moltiplicati fino a saturare l’attenzione delle persone, generando un rumore di fondo che rallenta i processi decisionali e aumenta la fatica cognitiva ed emotiva. Ogni interazione, infatti, richiede tempo, concentrazione ed energia, risorse sempre più scarse in organizzazioni già sottoposte a una forte pressione operativa. Comunicare meglio, oggi, significa prima di tutto comunicare meno.
"Per il 2026, questo si traduce in momenti di confronto strutturati, pensati per prendere decisioni e non per aggiornamenti informali, in deliverable espliciti che chiariscano cosa va fatto, da chi ed entro quando, e in una responsabilità individuale che riduca la necessità di continui allineamenti", aggiunge Carlotta Silvestrini. "Allo stesso tempo, è fondamentale riscoprire il dialogo diretto, privilegiando canali e modalità che favoriscano la comprensione reciproca e limitando l’overload digitale".
Dare vita a una leadership autorevole, non autoritaria
I modelli di leadership fondati su controllo, gerarchia rigida e paura hanno mostrato i loro limiti. In un’organizzazione che vuole guardare al futuro, l’autorità non dovrebbe più derivare dalla posizione occupata, ma dalla capacità di guidare le persone con competenza, coerenza e credibilità. È qui che si gioca la differenza tra una leadership autoritaria e una realmente autorevole, capace di ascoltare, dare feedback costruttivi e creare le condizioni perché la responsabilità venga assunta e non imposta. In questo scenario, il ruolo di chi guida non è quello di controllare ogni passaggio, ma di chiarire obiettivi, rimuovere ostacoli e accompagnare la crescita delle persone. La fiducia diventa così il vero collante organizzativo, una scelta strategica che favorisce autonomia, engagement e qualità del lavoro.
"Oggi non basta più dirigere un team. Chi esercita una leadership efficace deve far sentire le persone riconosciute e valorizzate nel loro contributo, umano e professionale. Le migliori competenze non restano dove vengono gestite con il bastone, ma dove trovano spazio per esprimersi, apprendere e incidere. Investire in una leadership autorevole significa quindi costruire organizzazioni più solide, attrattive e capaci di durare nel tempo", conclude Carlotta Silvestrini.