(Teleborsa) - La Federal Reserve non reagirà automaticamente con una stretta monetaria al rialzo dei prezzi del petrolio legato al conflitto con l’Iran: è questa l’indicazione arrivata ieri dal presidente Jerome Powell, intervenuto ieri a Harvard, che ha sottolineato come la politica monetaria americana sia “in una buona posizione” per attendere e valutare gli sviluppi.
Tradotto: l’istituto, ovviamente, è alla finestra e monitorerà le aspettative d’inflazione che “restano ben ancorate”, ha detto Powell, ribadendo l’impegno della banca centrale a raggiungere l’obiettivo di un’inflazione al 2%. Nel caso in cui gli shock dovessero protrarsi e moltiplicarsi, la Fed potrebbe essere costretta a intervenire. Allo stato però la linea è quella della cautela.
La Fed ritiene infatti che rincari energetici di questo genere potrebbero esaurirsi in tempi relativamente brevi, al contrario gli effetti di un eventuale rialzo dei tassi continuerebbero a manifestarsi anche quando lo shock sul petrolio potrebbe essere stato già “assorbito”. Dichiarazioni, quelle del Presidente della Fed, che hanno immediatamente spinto al ribasso le aspettative di un rialzo dei tassi quest’anno, attenuando così i timori di un inasprimento della politica monetaria.
La reazione più interessante è arrivata dal mercato dei bond che ha recuperato terreno dopo il crollo più profondo degli ultimi 17 mesi con gli operatori che ora scommettono su una inversione di rotta da parte della Fed iniziando a scontare una remota possibilità di tagli quest’anno. Nella giornata di ieri, il rendimento – che, ricordiamo, si muove inversamente al prezzo – del decennale era in ribasso al 4,328%, dal 4,44% di venerdì. Il rendimento del titolo a tre mesi ha registrato un lieve calo, al 3,684%.
S&P prevede che la BCE e la Banca d’Inghilterra aumenteranno i tassi ancora una volta nel 2026, rispetto allo scenario di base che prevede due rialzi dei tassi da parte della BCE e un rialzo da parte della Banca d’Inghilterra. “Il conflitto in Medio Oriente ha frenato la ripresa europea, causando un aumento dell’inflazione, pesando sulle prospettive di crescita e complicando la politica monetaria. Di conseguenza, prevediamo aumenti dei tassi di interesse da parte delle banche centrali già a partire dal secondo trimestre del 2026?, si sottolinea nella previsione di S&P contenuta nell'”Economic Outlook Europe Q2 2026: Global Shock Leaves Recovery Uncertain”, pubblicato nei giorni scorsi.
(Foto: Salvatore Cavalli)
Bond USA, prezzi rimbalzano dopo parole Powell: rendimento decennale al 4,328%
31 marzo 2026 - 10.27