(Teleborsa) - Shell ha chiuso il primo trimestre del 2026 con risultati superiori alle aspettative degli analisti, sostenuti dall’impennata dei prezzi energetici e dalla forte volatilità dei mercati causata dal conflitto tra Iran e Stati Uniti in Medio Oriente.

L’utile netto adjusted del gruppo britannico è salito a 6,92 miliardi di dollari, sopra il consensus fermo a 6,1 miliardi. A trainare i risultati sono stati soprattutto il business del trading energetico e il miglioramento dei margini di raffinazione, favoriti dal rialzo delle quotazioni petrolifere e del gas.

La divisione Chemicals & Products, che include le attività di trading, ha registrato utili adjusted pari a 1,93 miliardi di dollari, in forte crescita rispetto ai 449 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Anche i margini di raffinazione sono migliorati, passando da 14 a 17 dollari al barile.

Il conflitto in Medio Oriente ha però avuto effetti negativi sulla produzione. Shell ha infatti riportato un calo del 4% dell’output petrolifero e del gas rispetto al trimestre precedente, principalmente a causa dell’impatto della guerra sulle attività in Qatar. Il gruppo prevede inoltre un’ulteriore riduzione della produzione nel secondo trimestre, complice la chiusura dello Stretto di Hormuz e le attività di manutenzione programmate.

Dall’inizio del conflitto, il prezzo del petrolio Brent è aumentato di oltre il 50%, arrivando a sfiorare i 101 dollari al barile prima di un parziale ritracciamento legato alle indiscrezioni su possibili accordi diplomatici tra Washington e Teheran.

Shell ha ridotto il programma trimestrale di riacquisto di azioni proprie da 3,5 a 3 miliardi di dollari.

Sul fronte strategico, il gruppo ha rivisto al rialzo il piano di investimenti per il 2026, portandolo in una fascia compresa tra 24 e 26 miliardi di dollari, rispetto alla precedente guidance di 20-22 miliardi. L’aumento, ha spiegato Shell, include circa 4 miliardi legati alla recente acquisizione di ARC Resources.

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