(Teleborsa) - Se il reso è il tallone d'Achille dell'ecommerce, è il settore del fashion ad avere lo scettro. Con picchi in Europa anche del 50%, l'abbigliamento online stacca tutti gli altri comparti quando si parla di "return". E sono i vestiti, soprattutto da donna, quelli che tornano più indietro. A incidere sul tasso di reso, la variabile del costo: più sono luxury più spesso vengono rispediti al mittente. L’Italia, in questo quadro a tinte fosche, è il mercato più "sostenibile", con una percentuale di reso sotto al 15%, meno della metà della media europea. Anche se per il consumatore il costo del reso è spesso invisibile, tuttavia, esiste: per chi vende, per chi compra e per l'ambiente. È questo quanto emerge dal progetto di ricerca "Returns@Yocabe", creato dal team Data Science di Yocabe, la tech company che aiuta i brand a vendere meglio online, e dal gruppo di ricerca Intelligent Information Mining coordinato dai professori Damiano Distante e Stefano Faralli e composto da ricercatori dell’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza e di Sapienza Università di Roma, con l’obiettivo di analizzare, modellare e prevedere scientificamente il fenomeno dei resi sui canali e-commerce su cui l’azienda opera.
Il fashion è il re del reso: fino a 1 pacco su 3 torna indietro. Secondo le stime di settore, il tasso medio di reso europeo per l'abbigliamento online si aggira tra il 25% e il 40%, con picchi superiori al 50% nei mercati nordici e DACH, mentre, per fare un confronto, l'elettronica si attesta intorno al 12–15% e i prodotti per la casa sotto il 10%, come pure il beauty. Tradotto: 1 ordine su 3, nel fashion, genera reso. Sul piano economico, i costi diretti e indiretti dei resi pesano in modo significativo sui brand. Secondo Reverse Logistics Association, il costo medio di gestione di un reso nel fashion varia tra 4 euro e 20 euro per articolo, inclusi spedizione di ritorno, processing, controllo qualità e ricondizionamento. Per brand di fascia premium, il costo può superare anche i 20 euro. Questo significa che il costo reale dei resi può rappresentare il 20–30% del margine operativo di un’azienda. "Ridurre il tasso anche solo del 3–5% genera impatti diretti sulla redditività, senza investimenti in nuovi canali" spiega Vito Perrone, founder e Ceo di Yocabe, che aggiunge: "Nel fashion online, i resi sono parte strutturale del modello di business. L'obiettivo non è portarli a zero ma portare ogni mercato e ogni categoria verso il proprio benchmark di eccellenza, misurare continuamente, e trasformare ogni reso in un'opportunità di apprendimento".
La geografia dei resi? Germania prima, Italia ultima. Sul podio dei peggiori c’è la Germania, con un tasso di reso del 59%, mentre l’Italia si attesta all’ultimo posto con un tasso di reso del 14,7%. In generale, ci sono tre differenti cluster. Quello DACH, in cui troviamo Germania, Svizzera e Austria, ha un modello culturale di acquisto radicato nel "provare per decidere", in cui il consumatore acquista sistematicamente più varianti (taglia, colore) con l'intenzione di restituire il superfluo; quello Northern Europe, a metà strada, e quello Southern/Eastern Europe, a bassa intensità di reso. Se prendiamo il primo mercato (la Germania) e l’ultimo (l’Italia) notiamo che sono due mercati contigui ma con culture di acquisto radicalmente diverse: in ogni singola categoria di acquisto, infatti, la Germania supera l'Italia di 30-45 punti percentuali. Questo delta non è attribuibile alla qualità del prodotto (identica) ma a fattori culturali, logistici (costo del reso gratuito) e comportamentali. Tuttavia, quasi tutti i Paesi nel 2025 hanno un "return rate" più alto rispetto a quello che avevano nel 2022: da circa il 34% al 42% (+7,7 pp), con 9 mercati su 11 in crescita e solo due in lieve flessione.
I prodotti. I prodotti più resi sono i vestiti da donna, mentre quelli meno resi sono relativi al mondo del beauty. Sul podio, in generale, troviamo tutto abbigliamento femminile: dopo i vestiti, le gonne si piazzano al secondo posto e i costumi al terzo. Il driver comune è il fit: abiti e gonne sono fortemente dipendenti dalla vestibilità, che varia considerevolmente tra brand, paese di origine e taglia. Discorso a parte per il beachwear dove la stagionalità accentua il problema: gli acquisti si concentrano in 4-8 settimane, con resi che arrivano dopo la stagione, rendendo il prodotto difficilmente rivendibile. Anche i capispalla - al sesto posto nella classifica - rappresentano il secondo volume in termini assoluti di resi: il prezzo medio più elevato rispetto ad altre categorie implica che ogni reso costa di più da gestire e svaluta di più la merce.
Più luxury, più resi. L'analisi rivela infatti una correlazione tra prezzo retail e tasso di reso: al crescere del prezzo, il tasso di reso aumenta in modo quasi lineare perché spesso il prodotto non risponde alle aspettative di chi lo compra. I dati suggeriscono che la soglia dei 100 euro è un punto di discontinuità: al di sopra, ogni 20 euro di prezzo in più aggiunge circa 3-4 punti percentuali di tasso di reso. Tuttavia, i costi logistici e operativi legati alla gestione del reso rimangono relativamente stabili indipendentemente dal valore dell'articolo e questo rende il fenomeno dei resi nel luxury più gestibile dal punto di vista economico rispetto ai prodotti a basso prezzo, dove ogni reso erode una quota maggiore della marginalità.
Gap di genere. Le donne restituiscono più degli uomini, con un differenziale medio di 5-10 punti percentuali. Questo dato è coerente con il fatto che l'abbigliamento femminile è più dipendente dal fit (abiti, gonne, costumi) mentre quello maschile tende verso categorie con misure più standardizzate. Un pattern comune a tutti i mercati con alcune segnalazioni: il gap più ampio si osserva in Olanda (donna 49,2% vs uomo 35,6%, delta +13,6pp) e Belgio (45,0% vs 36,1%, delta +8,9pp). Anomalo, invece, il caso Polonia dove il tasso unisex (44,9%) supera quello donna (44,5%), indicando una forte componente di resi su prodotti neutri/sportivi.
Le ragione del reso: un 50% di sommerso. L'analisi dei motivi di reso presenta una sfida critica: il 53,8% dei resi non include alcun dettaglio motivazionale. Dei resi con motivazione dichiarata, il 27,1% cade nella categoria "dont_like" (soggettivo), il 14,7% è legato alla taglia (8,1% too_small + 6,6% too_big), e il residuo è distribuito su motivi minori. Il reso dovuto al "don’t like" è tecnicamente evitabile con strumenti di size guidance avanzati. I principali marketplace fashion europei, infatti, stanno ridisegnando policy, investendo in tecnologia di fitting predittivo e ripensando l'esperienza pre-acquisto per intercettare il reso prima ancora che si generi e, contestualmente, stanno irrigidendo le policy di reso.
Timing. L'analisi del timing rivela che il 50% dei resi avviene entro 7 giorni dalla consegna e il 70% entro 15 giorni dall'ordine. Il picco di reso si concentra dunque nella prima settimana post-delivery. A pesare sulla mole dei resi è il bracketing, cioè quel fenomeno che consiste nell’acquistare più varianti dello stesso prodotto con l'intenzione di tenerne una sola. Il bracketing tocca il 9% quando si compra lo stesso modello di colori diversi e il 5,8% con lo stesso modello di taglie diverse. Per scoraggiare il fenomeno, esistono strategie efficaci come l’AI size recommender con altissima accuratezza e la comunicazione proattiva in fase di checkout ("Con il tuo profilo consigliamo la taglia M"). L'obiettivo di queste strategie non è eliminarlo, ma ridurlo del 30–50% nelle categorie ad alto rischio.
Il costo reale dei resi. Il costo di gestione di un reso sui marketplace del fashion europeo varia tra i 5 e i 15 euro per prodotto standard, con punte di oltre 20 euro per articoli premium o spedizioni internazionali. Dal punto di vista del consumatore il reso sembra gratuito, ma il costo esiste e viene trasferito sul prezzo del prodotto. I brand che operano in mercati ad alto tasso di reso, infatti, prezzano i propri prodotti mediamente il 10-20% in più rispetto agli stessi articoli nei mercati a basso tasso di reso, per coprire il costo atteso.
Oltre la mercato-selezione: la strategia Yocabe verso un nuovo modello di predizione del reso. L'approccio tradizionale, suggerito dagli stessi marketplace, è quello di mettere in vendita i prodotti, osservare il tasso di reso e laddove questo è troppo alto, bloccare le vendite. "Ma questo approccio ha un problema - spiega Vito Perrone - per essere significativamente statistico si devono fare prima molte vendite, erodendo i margini". Per ovviare a tale problema, Yocabe, grazie al progetto di ricerca "Returns@Yocabe", in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma UnitelmaSapienza, ha voluto prevedere il tasso di resi in base alle caratteristiche del prodotto e dei canali e nazioni di vendita. "Un approccio innovativo anche nel mondo della ricerca, dove i progetti per analizzare e ridurre i resi si sono concentrati finora sul comportamento dell’utente al check-out. Con il nostro approccio, invece, analizziamo il comportamento di prodotti con le loro diverse caratteristiche su canali e Paesi, indipendentemente dallo specifico utente che li ha messi nel carrello. Una modalità che si sposa con tutti i casi in cui non si conosce ancora l'utente o non si ha una base utenti ricorrente ampia, perfetta quindi per ecommerce e marketplace, luoghi in cui il venditore non ha accesso alle informazioni sui clienti ma può decidere a priori (invece che a posteriori, dopo che sono già state fatte vendite e resi) se ha senso o meno vendere un prodotto in base al tasso di reso atteso e i costi di spedizione e gestione dei resi su quel canale/ Paese" conclude Perrone.
Moda, il costo dei resi cresce: Italia virtuosa, Germania ultima in Europa
Il report Yocabe analizza i resi in Europa e avvia con UnitelmaSapienza uno studio per prevederli scientificamente
09 luglio 2026 - 15.07