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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 14.33
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Se Atene piange, Sparta non ride

Fabio Michettoni
Fabio Michettoni
Direttore Responsabile dell'Agenzia Teleborsa


La tragedia greca è strutturata secondo uno schema rigido, di cui si possono definire le forme con precisione. Inizia generalmente con un prologo, che ha la funzione di introdurre il dramma; segue l'azione scenica vera e propria che si dispiega in più episodi e poi c'è la conclusione, cioè l'esodo. La fine di tutto.

A ben vedere questa scenografia è rimasta immutata per migliaia di anni ed è alla scuola di Eschilo, Sofocle ed Euripide che ha attinto Papandreu per spiegare ed illustrare i connotati della crisi finanziaria che attanaglia lo Stato ellenico da diversi mesi. Una vera tragedia greca.

Non a caso dalla culla della cultura antica si è dipanata una crisi dai caratteri sì finanziari, ma che veicola un significato fortemente culturale che diversifica tutti gli Stati dell'Unione. Un aggregato eterogeneo di situazioni allarmanti, in capo ai singoli Stati, a cui, dalla nascita dell'Euro, non si è mai contrapposto un modo di agire sincronico ed uniforme.

La profonda diversità in tema di politica valutaria e monetaria non hanno mai fatto guadagnare all'Europa il ruolo di potenza economica unica, fallendo miseramente nella logica di contrapposizione al dominio americano con una valuta, il Dollaro, che allo stremo della forze riesce ancora ad essere di riferimento nell'economia mondiale e allo strapotere asiatico, il cui disavanzo positivo giocherà per decenni a favore di quell'area.

Saltati questi paletti restava una sola opportunità, regolare il debito pubblico ed agire sui salari. Ebbene, demandare ai singoli Stati il controllo del debito e la politica sui salari è stato un suicidio. A dieci anni dalla nascita dell'Euro, la divergenza delle politiche economiche nazionali si è sempre più ampliata ponendo agli estremi la Germania e la Grecia. Negli ultimi due lustri il Governo tedesco ha tenuto sotto controllo, bene o male, i suoi conti pubblici. E' riuscito ad imporre al Paese e ai suoi cittadini un calo drastico dei salari reali e reso vincolante in senso costituzionale il risanamento del debito.

Dall'altro capo la Grecia, che ha visto i conti pubblici andare alla deriva con un disavanzo per il 2009 del 13% ed uno SkyRocket, come dicono gli americani, per il costo dei salari lievitati tra il 2001 e il 2008 del 40%. L'etica e il rigore teutonico da un lato e l'allegra tragedia ellenica dall'altro. In mezzo c'è di tutto, dalla Spagna al Portogallo, passando per l'Irlanda e l'Italia.

Ricondurre quindi la questione greca a una tempesta finanziaria o a una crisi di fiducia del sistema sarebbe fuorviante, poichè la vicenda mina le fondamenta stesse dell'area Euro con i suoi presupposti di politica economica, ribadendo la fragilità dell'Unione Monetaria. E questo lo sanno bene i Generali della finanza privata, quella più aggressiva e ben approvvigionata di munizioni, che hanno già dispiegato le batterie di cannoni sulla linea di fuoco.

Coerentemente alla struttura della tragedia greca, manca di verificare il terzo anello, quello dell'esodo. Attendiamo fiduciosi per vedere per chi e verso dove la sorte riserverà l'ultima scena della tragedia greca, che nemmeno Euripide, il più innovatore dei tre, avrebbe potuto immaginare e quindi scrivere.

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