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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 06.58
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Il sorriso dal fango nell'Italia che resiste

Andrea Panziera
Andrea Panziera
Docente universitario e dirigente di SIM e SGR
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"Viva l'Italia, soffocata dai giornali e dal cemento"; cantava così molti anni fa Francesco De Gregori. Fango mediatico e fango materiale quasi sempre provocato dall'incuria e dalla cementificazione del territorio, giusto per non farci mancare niente. Passa il tempo, ma sembra che l'unica strategia politica che la nostra classe dirigente è in grado di mettere in atto sia quella della gestione dell'emergenza, l'affrontare i problemi quando non se ne può più fare a meno, ovvero quando avvengono i disastri e si piangono i morti.

Sbaglia chi pensa che questo discorso attenga esclusivamente alla questione ambientale. Nel nostro Paese sempre più spesso le decisioni e le riforme più importanti, soprattutto (ma non solo) quelle di natura economica, non scaturiscono dal consapevole confronto fra le parti su temi condivisi e quindi dalla sintesi di un dibattito, anche aspro e non lineare, su visioni e idee differenti, ma vengono determinate da input (o meglio, aut aut) esterni, provenienti in primis da Enti e Organismi internazionali.

Un'analisi obiettiva dovrebbe riconoscere che questa parziale perdita di sovranità nazionale ci ha obbligato a delle assunzioni tardive di responsabilità, senza le quali molto probabilmente ci troveremmo in una situazione ben più critica di quella attuale. Paradossalmente il problema è che in mancanza di questi stimoli o vincoli esterni è prevalsa, non di rado, la scelta tipicamente italica del "tirare a campare" o, in alternativa, quella del demiurgo di turno che prometteva soluzioni miracolistiche. Siccome è noto che "ogni promessa è un debito", i cittadini italiani si troveranno a fine anno sul groppone più o meno 1850 miliardi di Euro di debiti, che ripartiti per 60 milioni di abitanti fa oltre 30.000 di Euro procapite, neonati e immigrati regolari inclusi.

Fra i non molti primati economici che il nostro sistema può vantare, vi è quello non propriamente edificante di essere al sesto posto al mondo nel rapporto fra il Debito ed il Prodotto Interno Lordo, la qual cosa ci obbliga a lesinare o negare le risorse per la ricerca, la cultura, l'ambiente, le politiche sociali ed il sostegno delle fasce deboli della popolazione.

Hanno ragione coloro i quali affermano che il cattivo utilizzo o lo sperpero di denaro pubblico viene da lontano; l'Italia è piena, non solo nel Meridione, di ospedali non ultimati e mai utilizzati con strumenti ed attrezzature installate e già arrugginite, di carceri mai aperte in stato di degrado, di strade incomplete, di infrastrutture inaugurate che non sono diventate operative, di impianti industriali, moderne cattedrali nel deserto, finanziati con soldi dello Stato per compiacere clientele e camarille la cui unica attività è stata il taglio del nastro.

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