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Venerdì 30 Settembre 2016, ore 00.18
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Non v'è quiete dopo la tempesta

Andrea Panziera
Andrea Panziera
Docente universitario e dirigente di SIM e SGR


In un recente convegno sui nuovi orizzonti del capitalismo, organizzato a Parigi dal ministro francese dell'Industria Besson, Giulio Tremonti ha detto senza mezzi termini che la crisi non è finita, anzi, nuovi mostri sono in agguato pronti a far danni non appena la guardia si abbassa. Di più, il primo e più pericoloso di questi mostri, la speculazione finanziaria, alimentata direttamente o indirettamente dal sistema bancario, è dotata di abbondante liquidità e si appresta a colpire gli Stati dell'Eurozona uno dopo l'altro, forte del fatto che nel 2011 dovranno essere collocati sul mercato circa 1.500 miliardi di titoli del debito pubblico.

Ecco il paradosso secondo il responsabile dell'Economia: sono state salvate le banche con il denaro dei contribuenti, ma assieme alle banche è stata salvata anche la speculazione, principale responsabile della crisi attuale. Per fortuna, conclude il nostro, l'Italia è estranea a questi accadimenti ed i pochi quattrini prestati agli Istituti di Credito sono in fase di restituzione.

Corretta l'analisi del ministro? E quali implicazione ha sulla situazione del nostro Paese? Limitatamente al ruolo delle banche ed a quello della speculazione finanziaria è sicuramente condivisibile, così come è altamente probabile la previsione di ulteriori attacchi, anche a breve scadenza, ai debiti sovrani. Addirittura qualcuno avanza l'ipotesi che a rischio non vi siano solo i cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), ma addirittura l'ipotesi default potrebbe coinvolgere gli stessi Stati Uniti, alla luce di un debito pubblico che sfiora il 200% del PIL. Del resto, nei giorni scorsi, lo stesso Segretario al Tesoro Geithner si è speso in prima persona affinché il Congresso americano provveda ad autorizzare l'aumento del tetto del debito.

Quello che nel pensiero di Tremonti appare meno convincente è l'analisi della situazione italiana e le politiche adottate di conseguenza. Nel gioco delle parti ci sta che il Ministro dell'Economia non metta l'accento su possibili scenari di criticità o tenda a rassicurare i mercati sulla capacità futura del nostro sistema finanziario di far fronte senza problemi ai suoi impegni.

Il problema vero però è che il Paese non cresce, come dimostrano tutti i dati macroeconomici più recenti, o comunque cresce percentualmente meno della spesa per interessi del debito pubblico, con la ovvia conseguenza che, rebus sic stantibus, il valore rispetto al PIL di questo aggregato non può che aumentare. Che il mercato fiuti e sconti questa evoluzione sono i numeri a confermarlo: lo spread sul Bund veleggia non lontano dai 200 basis point e la quotazione dei nostri CDS (i derivati che assicurano contro il rischio paese) si colloca in prossimità dei 250 punti.

La politica dei tagli di bilancio "lineari" adottata da Tremonti ha indubbiamente avuto il merito di porre un freno agli appetiti clientelari di qualche suo collega, ma il contenimento tout court della spesa, attuato in termini non selettivi, la totale mancanza di una politica industriale e soprattutto un sistema fiscale che penalizza il lavoro e le imprese a vantaggio di rendite e patrimoni, costituiscono un freno oggettivo ad ogni ipotesi di ripresa a ritmi accettabili. Oltretutto l'evoluzione della congiuntura internazionale non aiuta; i prezzi delle materie prime, a partire dal petrolio, sono in costante aumento trainati soprattutto dalla forte domanda proveniente dai paesi emergenti, Cina ed India in primis, e così le economie occidentali importano inflazione che deprime ulteriormente i consumi e quindi la crescita.

Anche ai segnali positivi provenienti dal mondo delle imprese, peraltro quasi esclusivamente da quelle esportatrici della Lombardia e del Nordest, fanno purtroppo da contrappunto il peggioramento della situazione finanziaria delle famiglie, il cui indebitamento è aumentato negli ultimi 5 anni di quasi il 60% raggiungendo i 900 miliardi di euro e soprattutto la perdurante crisi del mercato del lavoro. Il 30% dei giovani è disoccupato e un milione e mezzo di individui fra i 15 e i 64 anni hanno rinunciato a cercare una occupazione perché sono sicuri di non trovarla.

Che risposte dà la politica a queste persone? Come direbbe la celebre cantante, parole parole parole soltanto parole...
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