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Giovedì 29 Settembre 2016, ore 20.55
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La tenuta dei conti pubblici e la sindrome di Palazzo Marino

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
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Purtroppo non è difficile accorgersi come alcuni indicatori che sembravano "volgere al bello" abbiano ripreso a segnalare il concreto pericolo che i nostri problemi economico-finanziari possano nuovamente avvitarsi in una spirale negativa. I principali elementi che hanno determinato il ricrearsi di questa situazione di potenziale rischio sono costituiti essenzialmente dall'incertezza politica derivante dal recente responso delle urne, nonché dalla conseguente posizione di "stand by" assunta dal Governo in attesa di capire come muoversi nello scenario post elettorale.

Come noto, S&P, ha di recente modificato in negativo l'outlook sul rating dell'Italia proprio facendo riferimento ad una situazione di potenziale stallo politico in grado di far slittare le necessarie riforme economiche. Tuttavia la vera minaccia per la tenuta della nostra impalcatura finanziaria (che, bisogna dirlo, fino ad oggi ha retto piuttosto bene) non deriva tanto da questo "fattore incertezza", quanto dal fatto che il responso delle urne ha obbligato Governo e maggioranza a mutare al volo gran parte delle strategie e tattiche già impostate nel non facile tentativo di sopravvivere fino alle politiche del 2013.

A ben vedere, infatti, la radicata convinzione di essere invincibili e forse immortali aveva consentito, fino ad oggi, a premier, Governo, PDL e Lega di affidare in toto la tenuta del nostro sistema economico finanziario al Ministro Tremonti così da potersi concentrare su altre questioni altrettanto interessanti quali la riforma della giustizia (prioritaria su tutto), le intercettazioni telefoniche, la riforma della Consulta e del CSM, nonché sull'ottenimento di specifici risultati "di campanile" facilmente esibibili ai propri elettori del nord.

Paradossalmente, grazie a questa impostazione, se è vero che a livello di Governo si è fatto poco per incidere strutturalmente sulla situazione economica, è anche vero che non sono stati fatti neanche grandi danni alla nazione: il ministro dell'economia, grazie alla "procura generale" concessagli, ha potuto, fino ad oggi, respingere con una certa facilità gli sporadici attacchi alla diligenza ed è riuscito a salvaguardare mirabilmente la tenuta dei conti pubblici in generale e del debito pubblico in particolare.

Ma, come noto, tutto è cambiato a Maggio quando, rotte le urne, si è anche rotto questo meccanismo: improvvisamente premier e Governo hanno una folgorazione e si accorgono che la strategia della "tensione" contro la magistratura forse può portare benefici a chi la promuove, ma non portando alcun beneficio alla massa degli elettori non inquisiti, in realtà fa perder voti. In contemporanea, anche la Lega ha una folgorazione e si accorge che anche la politica di estremo rigore di Tremonti fa perdere voti, in particolare quelli degli imprenditori e degli artigiani della padania. Nel complesso, quindi, un "disastro ecologico".

A questo punto diventa imperativo per il Governo individuare nel minor tempo possibile una qualsiasi forma di intervento (alle conseguenze ci si penserà dopo), purchè in grado di avere un impatto immediato sugli italiani così da frenare l'emorragia di consensi in vista delle politiche del 2013. Purtroppo, in quest'ottica, i governanti non tardano ad accorgersi che solo la sfera della finanza pubblica è in grado, per sue potenzialità intrinseche, di garantire agli elettori immediati e tangibili benefici.

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