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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 08.47
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La natura incostante della fiducia



Nella testa dei governanti è radicata la convinzione che le crisi finanziarie siano situazioni che accadono sempre agli altri, senza dimenticare che per gli altri, gli altri siamo noi.

Si è sempre i più belli e i più intelligenti, sempre i più capaci ad imparare dagli errori ed affrontare in modo consapevole le situazioni più critiche. Sfortunatamente la mente umana rifiuta di comprendere che un'economia basata su un elevato stock di debito può, senza rendersene conto, continuare a camminare sull'orlo di un precipizio per moltissimo tempo, fino a quando lo scoppio di una crisi la affossi e ve la faccia precipitare in pieno.

Solitamente si va a scuola per imparare e qualsiasi esperienza vissuta dovrebbe sedimentare e lasciare qualcosa a cui riferirsi, per attingere e meglio affrontare situazioni analoghe che dovessero nuovamente proporsi. Il fattore chiave, il più importante, di questa mancanza di allineamento del rapporto causa-effetto sull'innesco di una crisi finanziaria è probabilmente il mancato riconoscimento della precarietà e della natura incostante della fiducia.

E' curioso come Stati, Banche o Corporate possano andare avanti in modo indefesso a indebitarsi continuamente per un lungo periodo e poi, improvvisamente, venendo meno la fiducia dei finanziatori, il sostegno finanziario sparisce e ci si ritrova nel bel mezzo di una crisi. Nel corso della storia, Paesi ricchi e poveri hanno contratto debiti, hanno subìto tracolli e vissuto momenti di ripresa, lungo una sequenza straordinaria di crisi finanziarie, senza che da queste si siano tratte lezioni per evidenziare quanto poco si possa aver imparato.

Dalla fine degli anni '70 e per tutti gli anni '80 parecchi Stati sovrani hanno fatto ricorso alla ristrutturazione dei lori debiti, paventando la loro debolezza istituzionale e politica, ripudiando il debito e ricorrendo agli aiuti esteri pur di non mettere mano, con fermezza, alla spesa pubblica e all'imposizione fiscale. 30 Paesi, tra cui alcuni più di una volta, come l'Argentina nel 1982 e nel 2001, hanno ristrutturato il loro debito, innescando un circuito vizioso con perdita di fiducia dei mercati finanziari, aumento dei tassi di interesse ed esplosione degli stock di debito pubblico.

Precedentemente, a cavallo tra la fine del '800 e l'inizio del '900, si sono avuti default statali, con ricorso alla ristrutturazione, anche per Paesi annoverati tra le economie forti, gli Stati Uniti nel 1933, che ripudiarono il debito con Panama, poi risolto; la Gran Bretagna, che nel 1932 consolidò gran parte del debito interno, prodotto per la Prima guerra mondiale; la Germania nel 1948 e il Giappone nel 1946 e nel 1952.

Il rafforzamento economico del blocco occidentale ha poi allontanato le crisi finanziarie, consolidando la fiducia dei mercati che hanno ripreso ad alimentare in modo costante i flussi debitori degli emittenti, limitando il ricorso alla ristrutturazione del debito ai soli paesi emergenti o appartenenti ad aree economicamente depresse.

Ma adesso la situazione è diversa, la crisi mondiale ha gettato nel panico le strutture economiche dei Paesi più evoluti dal punto di vista finanziario, che rischiano adesso di soccombere alla sollecitazione dei rispettivi debiti, sempre più integrati. La fiducia dei mercati è stata minata, confermandone la sua natura incostante e adesso i governanti devono lavorare per ripristinarne la robustezza, parametro essenziale per tornare a pensare in positivo.

Ma più di tutto sarà importante che chi gestisce le leve di comando si renda conto che nessun Paese è immune e che, in rapporto causa-effetto, le conseguenze di una nuova serie di default saranno devastanti per chiunque.

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