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Giovedì 8 Dicembre 2016, ore 10.56
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La crisi? E' il capitalismo senza il "pericolo" comunista

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Le teorie economiche sono figlie del loro tempo: oggi va di moda il mercatismo, l'assunto secondo cui il mercato sa dare il giusto valore a tutto. Anche al credito che meritano gli Stati.

C'è però un evidente conflitto tra la valutazione che viene fatta dal mercato quando considera un caso singolo e quella che deriva dalla aggregazione dei fenomeni. Ad esempio, quando una azienda vara un piano di licenziamenti, per ridurre i costi facendo efficienza a parità di fatturato, viene considerato prevedibile un aumento dei profitti e quindi dei dividendi: il valore delle azioni quotate in borsa sale. Lo stesso accade quando, a fronte di una caduta della domanda, la capacità produttiva non è saturata e l'azienda licenzia la manodopera esuberante: la prospettiva di mantenere inalterato il rapporto tra profitto e fatturato salvaguarda il valore delle azioni. In generale, invece, i dati sull'andamento dell'occupazione hanno un effetto contrario: gli indici tendono complessivamente a scendere quando il numero degli occupati diminuisce. Una recessione danneggia il sistema produttivo. Ciò che è giusto e sostenibile nel caso singolo, è nocivo quando il fenomeno si generalizza.

Sono entrambe, dal punto di vista del mercato, valutazioni assolutamente ragionevoli: sta di fatto che questa è una contraddizione intrinseca in tutti i fenomeni economici, che si determina quando si verificano azioni concorrenti che non trovano un bilanciamento in altri comportamenti. Quando i lavoratori licenziati dalla prima azienda vengono assunti rapidamente da un'altra che deve alimentare la produzione a fronte di una domanda insoddisfatta, anche gli azionisti della seconda azienda vedrebbero crescere il valore delle proprie azioni, in quanto i maggiori profitti attesi sono determinati dalla prospettiva di aumento del fatturato. I valori complessivi allora rimarranno stabili.

Un fenomeno analogo si determina con la correzione struttuale dei bilanci pubblici: quando gli interventi sono tali da superare la elasticità del sistema economico di assorbirli con recuperi di efficienza, si verifica una caduta del ciclo economico. Gli Stati vengono premiati non appena annunciano le manovre volte a ridurre il disavanzo, ma successivamente puniti quando risulta che il risultato non viene raggiunto in quanto le entrate fiscali non aumentano nonostante siano state elevate le aliquote legali. La minore base imponibile e di conseguenza quella produttiva attivano una fase di recessione economica che vanifica la manovra fiscale. Se poi tanti Stati contemporaneamente riducono il disavanzo, si rischia una crisi globale: ancor una volta, ciò che sarebbe corretto in un caso diviene pericoloso se diviene un comportamento collettivo. E' quello che succederà con il Fiscal Compact dell'Eurozona.

Quando ci sono crisi profonde, come quella che noi stiamo attraversando, il tentativo del sistema economico e finanziario è quello di scaricare sugli Stati il costo del salvataggio sistemico: ciò ne aumenta a dismisura il debito, su cui si chiedono alti tassi di interesse per finanziarlo. Cerca di recuperare in questo modo le perdite subite. Il problema non è quindi il debito greco, quello portoghese, quello spagnolo o quello italiano. Tutti gli Stati, dagli Usa alla Gran Bretagna vedono i loro debiti pubblici crescere in modo continuo. E' un fenomeno che va avanti da anni, in modo inarrestabile: la crisi del 2008 ne ha solo accelerato la dinamica. Non è il problema di una singola azienda che deve ristrutturare, ma di un sistema arrivato al limite della sostenibilità. Ecco perché il giudizio complessivo è negativo.

C'è una ragione più profonda, che spiega ciò che è accaduto: dopo la seconda guerra mondiale, il sistema socioeconomico capitalista era stato modellato per evitare che le iniquità sociali facessero cadere il Muro addosso all'Occidente. Con la caduta dell'Unione sovietica, il sistema capitalista ha perduto ogni remora sul piano distributivo. Siamo così passati da una economia basata sul reddito e sul risparmio diffuso, garanzia di libertà dal bisogno e dal mercato, ad una che privilegia l'accumulazione dei profitti da parte delle imprese e del capitale finanziario ritenendola uno strumento maggiormente efficiente nella allocazione delle risorse. Abbiamo una società meno orizzontale dal punto di vista distributivo, più verticalizzata e accentrata nel potenziale finanziario, che rende a sua volta sempre più imponente il peso dello Stato nelle funzioni di promozione e di protezione sociale: dalla istruzione alla ricerca, dalla sanità, all'assistenza, alla previdenza, tutte finanziate a debito. Stato e mercato si specchiano come poteri assoluti ed invadenti, riducendo entrambi gli spazi di libertà per i cittadini.

Si apre, con questa crisi globale, una fase imprevedibile: l'epoca della globalizzazione economica intesa come strumento di democrazia universale, capace di riportare equità nei rapporti tra un Occidente opulento e le sterminate popolazioni prima escluse da livelli dignitosi di vita perché dominate da sistemi a capitalismo di Stato, si è conclusa. Ha solo messo i popoli in concorrenza tra di loro: lavoratori contro lavoratori, cittadini contro immigrati, giovani contro anziani, occupati contro disoccupati, di ogni lingua e colore della pelle.

Non è aumentando i debiti pubblici a dismisura o riducendoli forsennatamente che si ritrova l'equilibrio: il nodo distributivo, quello che si stringe al collo del capitalismo da oltre duecento anni, rimane sempre lo stesso.
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