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Domenica 25 Settembre 2016, ore 14.28
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Sui crediti alle imprese il Governo si ricrede, ma ha solo un mese di tempo

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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"Di debiti si vive, di crediti si muore", è un modo di dire che si sta facendo tragica realtà. I crediti di cui si parla sono quelli vantati nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni, ed a soffrirne sono le imprese: in totale tra 70 e 100 miliardi di euro, anche se le uniche cifre attendibili sono quelle contenute nel Rendiconto Generale dello Stato. Delle altre, del coacervo di debiti commerciali delle Regioni, delle province e dei comuni, manca un consolidato. Meno ancora si sa dei crediti vantati nei confronti delle aziende pubbliche locali.

Ora è lo Stato ad essere nei panni del creditore in ambasce: è la sua politica di ritardo sistematico e progressivo dei pagamenti, che finora ha danneggiato imprese e famiglie, che mette in pericolo il gettito tributario. Se a metà giugno lo Stato non riesce a incassare le maggori imposte su cui ha fondato la politica di risanamento finanziario, il Salva Italia si trasformerà in un castello di sabbia. Ci si ingegna perciò a trovare un rimedio ai ritardi nei pagamenti che sta danneggiando irrimediabilmente il sistema economico, cambiando radicalmente strategia: a Bruxelles si dovrebbe sottoporre la possibilità di escludere dai calcoli del Fiscal Compact il pagamento dei debiti pregressi verso le imprese e le spese per investimenti, la vecchia "golden rule", una deroga mai accettata al Trattato di Maastricht che sembrava definitivamente passata di moda.

Sembra scoppiato all'improvviso, con l'aggravarsi della crisi economica, ma il ritardo dei pagamenti della P.A. è una questione che si trascina da tempo. Ha tre cause diverse: c'è differenza tra i crediti fiscali e quelli commerciali vantati verso lo Stato, che tratta i cittadini come sudditi senza diritti; la politica economica ha distorto negli anni gli istituti della contabilità pubblica; il risanamento finanziario considera, ancora una volta, la capacità contributiva in modo astratto.

In primo luogo, c'è una questione di squilibrio nella tutela giuridica dei crediti tra Stato e cittadini: il "dover dare allo Stato" ed il "dover ricevere dallo Stato" sono trattati in modo profondamente diverso. Il sistema della riscossione fiscale e contributiva è divenuto implacabile, con azioni a tutela dei crediti pubblici incredibilmente efficiente: sono tutelati da azioni cautelari ed esecutive che vanno dal fermo amministrativo delle automobili, all'iscrizione di ipoteche sugli immobili. Al contrario, il pagamento dei crediti nei confronti delle Amministrazioni è lasciato al loro buon cuore: "Si pagherà, quando si potrà". Finchè non ci sono stanziamenti sufficienti, non se ne parla: "Ripassi!". C'è poi un'altra condizione ostativa, quella di non essere al contempo debitori della stessa o di altra Amministrazione, anche se per un importo molto inferiore al credito vantato: così, si può bloccare per l'intero importo un pagamento a favore di un cittadino o di una impresa, anche se il credito vale 100 volte il debito.

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