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Mercoledì 28 Settembre 2016, ore 10.45
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Truppe cammellate sulla via della cruna

Fabio Michettoni
Fabio Michettoni
Direttore Responsabile dell'Agenzia Teleborsa

Riavvolgiamo il nastro degli ultimi sette mesi di politica italiana e vediamo di ripassarli alla moviola, tanto per vedere se c'è sfuggito qualcosa o se ci siamo persi dei particolari interessanti. Bene, cominciamo. A Novembre del 2011 il Cavaliere resta senza cavallo per colpa dello spread che sta spingendo nell'angolo il Bel Paese. Sale in sella Monti e tutti quelli che agognavano la caduta del Berlusca godono come matti e, mettendosi una mano sul cuore, invocano l'immediata messa in sicurezza dei conti italiani.

Una volta in groppa, però, il professore strizza l'occhio al precedente governo e si getta a capofitto sulla riforma del lavoro, inimicandosi la triade sindacale e tutti gli occupanti del carrozzone statale. Monti senza batter ciglio tira dritto e tra mugugni e nasi storti aggredisce prima l'art. 18 e poi il sistema previdenziale, scivolando e rompendosi una gamba, per colpa della Fornero, sugli esodati da salvaguardare. E via così, senza preoccuparsi della protesta che, a lungo andare e forse per atavica rassegnazione popolare, cala sempre più di tono inaridendo il confronto e il dibattito politico.

E' proprio in questo contesto, scarsamente passionale, che Monti alterna sapientemente il bastone e lo zuccherino verso l'istituzione della politica, proclamandone prima la valenza, auspicandone un ritorno ad un cristallino splendore e poi affossandola, per le sue supposte responsabilità nel condurre il paese verso lo sfascio totale; se ci mettiamo poi una tornata elettorale che manda in rotta le armate del precedente governo, regala due noci e tre nespole alla vecchia opposizione e porta Grillo sullo scranno più alto, possiamo senza ombra di dubbio affermare che la credibilità dell'enclave politico-economica nazionale è ridotta ormai ai minimi termini. Tracima anche la paura che il Paese possa perdere la sua tenuta sociale e viene infusa la timorosa percezione di una risalita della protesta popolare, senza escludere anche manifestazioni violente.

Fissiamo qui il primo paletto ed apriamo adesso la finestra dando uno sguardo verso l'Adriatico; non lontano si scorge l'ombra lunga della crisi greca che sembra essere diventata una pietra di paragone. Con gli effetti del quadro sopra descritto tutto è possibile e tutto è credibile, anche che la Gorgona e la Capraia metteranno un tappo all'Arno affogando Pisa. Se poi alla credenza popolare si sventola sotto il naso l'Euro e la sua filosofia concettuale, lo è ancor di più. Euro o non Euro, questo è il dilemma.

Certo è che se continuiamo a veder l'Euro come la soluzione e non come il problema, va a finire che il parallelismo greco ci sovrasterà, perché il riordino dei bilanci, fatto in fretta e al prezzo di lacrime e sangue, ancorché benedetti dalla Costituzione, è una scelta di strategia politica, che inevitabilmente favorisce le economie forti come quella tedesca e penalizza quelle deboli, quelle che non crescono stagnando da decenni nell'acquitrino melmoso, per le quali qualche punto di spread fa inabissare tutti i tentativi riformatori.

Fin qui abbiamo capito tutti, ma quello che taluni fanno fatica a capire è che siamo in un vicolo cieco, senza via di fuga, o meglio, senza via di scampo, perché l’apparente neutralità dell’Euro, che dovrebbe essere una moneta uguale per tutti, in realtà maschera le vere dinamiche economiche di ogni singolo stato nazionale in funzione degli altri e il cui scontro arricchisce alcuni, come i tedeschi e impoverisce altri, come italiani e spagnoli. Prima lo si capisce e meglio sarà per tutti, almeno non saremo costretti a subire la presa per i fondelli fino in fondo.
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