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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 18.58
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Vent'anni di finzione

Fabio Michettoni
Fabio Michettoni
Direttore Responsabile dell'Agenzia Teleborsa

Nella definizione giornalistica “La seconda repubblica” ha connotato l’Italia dopo il 1993, cioè quando sull’onda emotiva di “Mani Pulite” il nostro paese cambiò la legge elettorale, che fino ad allora adottava il metodo proporzionale, nel sistema prevalentemente maggioritario.

E’ indubbio che questo non può bastare per definire quella svolta un cambio di Repubblica, anche perché un così fatto passaggio, da una "Prima" ad una "Seconda" Repubblica, porta inevitabilmente ad un parallelismo con i cambiamenti attuati in Francia, laddove tutte le cinque precedenti “Repubbliche” sono nate su nuove costituzioni, compresa l’ultima del 1958.

In Italia la Costituzione è rimasta la stessa, è cambiata, come detto, solo la legge elettorale, per cui la più grande differenza fra Prima e Seconda Repubblica risiede nello sconvolgimento del panorama partitico, nella frammentazione del modo classico di intendere gli schieramenti. Alcuni sono scomparsi, altri si sono radicalmente rinnovati per poi dar luogo a concentrazioni e fusioni aggregati intorno a due poli contrapposti (centro-destra e centro-sinistra).
Ma c’è di più. Alla vigilia di questo radicale cambiamento, cioè nel 1992, la scena politica era ancora dominata da pochi attori che, almeno questa era la percezione dominante, l'avrebbero occupata per sempre. Le solite facce, i soliti nomi, il solito linguaggio incomprensibile.

Poi, all'improvviso, il vento del cambiamento inizia a soffiare inarrestabile. Tutto questo sconquasso appare più volte al giorno sugli schermi televisivi e, se non bastano le dichiarazioni, si usano gli spot pubblicitari. Ecco, la vera novità oltre a quella della finta riforma elettorale, è proprio questa. La Tv e, nel senso più ampio del termine, il digitale, con Twitter e Facebook a tirare le fila, divengono le arene politiche per eccellenza, ci si rivolge agli elettori e ai cittadini dalla TV e dai siti internet e si inizia a fare politica anche pensando a come proporla via etere o metterla in rete.

In questo senso ESISTE e assume valore e rilievo sociale solo ciò che appare in Tv e NON ESISTE, anche se importante, ciò che non vi appare. Se nell’immaginario collettivo, quindi, è Tangentopoli a delineare il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, nei fatti è la Tele-democrazia a discriminare questa rivoluzione, che diviene materia di spettacolo televisivo e da titoli di giornale, più che esperienza di vita e trasformazione di un Paese.


C'è da chiedersi, quindi, se è proprio vero che la Tv faccia vincere le elezioni, o cosa si aspetta la gente che guarda la Tv ma poi si allontana dalla politica. Ancora oggi, come vent’anni fa sull’euforia della più grande mistificazione comunicativa dopo i guasti del fascismo, gli elettori si sono trasformati in veri e propri immigrati digitali che, incosapevoli, si spostano a destra come a sinistra soggiogati dalla nuova tecno-classe politica.

L’humus è promettente, molti politici attuali erano già ben collocati nella fase transitoria tra Prima e Seconda Repubblica. Ora dopo vent’anni e una finta rivoluzione spesata dai cittadini, ci riprovano, pur di rimanere in sella, con annunci in pompa lanciati rigorosamente dal palcoscenico televisivo, sventolando riforme e proposte epocali, ma stavolta l’elettorato nicchia e di partiti non ne vuole più sentir parlare.

OTTIMO e i tecno-politici, che non intendono mollare, cosa si inventano? Udite! Udite! “Offresi all’opinione pubblica immacolate Liste Civiche di retroguardia e imboscamento, per recuperare consenso e qualche spicciolata di voti”. Ottimo Slogan, nemmeno tanto lontano dalla realtà.
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