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Domenica 4 Dicembre 2016, ore 15.14
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La vera sfida per Letta

La vera sfida per Letta: meno rendite sul debito pubblico, più sviluppo.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Da Enrico Letta, incaricato di formare il nuovo Governo, ci attendiamo molto: soprattutto in termini di comprensione dei processi economici e delle dinamiche finanziarie che si instaurano a seguito delle crisi internazionali. Deve porre rimedio alla depressione economica provocata dalle politiche di austerità varate dal Governo Monti, che per acquietare i mercati preoccupati dal debito pubblico italiano pari al 119,2% del pil a fine 2011, ha avuto come unico obiettivo il pareggio strutturale del bilancio facendo però crollare il pil, che ha segnato un -2,4% nel 2012 e che anche quest’anno scenderà del -1,5%. Così facendo, però, il rapporto debito pubblico/pil è peggiorato di quasi dieci punti, passando dal 119,2% di fine 2011 al 129% del 2013. Tutto è dipeso dagli effetti recessivi delle manovre di bilancio, che sono stati di gran lunga superiori alle attese. Un errore di previsione per molti aspetti simile a quello compiuto dal mentore poilitico di Enrico Letta, Beniamino Andreatta, che fu ministro del tesoro dall’80 all’82: costui volle evitare gli effetti recessivi della seconda crisi petrolifera, ma adottò una politica di bilancio ancora espansiva che fece cumulare agli effetti inflazionistici indotti dalla nuova “tassa dello Sceicco” quelli derivanti dalla domanda pubblica eccessiva. L’inflazione salì in un anno di cinque punti, passando dal 17,7% del 1979 al 21,1% del 1980: per finanziare il tesoro occorreva portare i tassi di interesse sul debito pubblico a livelli mai visti prima, a meno di non ricorrere al finanziamento diretto da parte della Banca d’Italia, che stampando nuova moneta avrebbe però generato altra inflazione. Il debito pubblico quasi raddoppiò in termini nominali, passando dal 58% del pil nel 1980 al 65% nel 1983. Il peso degli interessi raddoppiò a sua volta, passando dal 4,4% al 7,8% del pil.

Enrico Letta si trova a dover fare i conti con le conseguenze derivanti dalla politica di bilancio eccezionalmente restrittiva adottata dal Governo Monti, che ha perseguito il risanamento dei conti pubblici aumentando le imposte e riducendo di poco le spese: mandando a picco il pil italiano e facendo impennare la disoccupazione, senza riuscire a bloccare la crescita del debito pubblico che ha superato i 2.000 miliardi di euro. Ed ha altrattanto chiare in mente le conseguenze che ebbe nel 1980 una politica economica ancora moderatamente espansiva per evitare una caduta dell’attività economica: inflazione alle stelle e debito pubblico che comunque crebbe senza controllo rispetto al pil.

Il punto fondamentale è uno solo, oggi: serve un concordato con il sistema finanziario. Se è vero, infatti, che l’aumento delle tasse, dall’Imu all’Iva, dalle accise sulla benzina a quelle sui tabacchi, ha consentito all’Italia di avere finalmente un bilancio pubblico in pareggio strutturale, non c’è più ragione alcuna per pagare sul debito pubblico un premio al rischio così elevato. Lo spread deve abbassarsi drasticamente, scendendo sotto quota 100, come è stato affermato di recente anche dalla Banca d’Italia: solo riducendo il peso degli interessi è possibile riavviare gli investimenti pubblici ed abbassare le imposte che strangolano le famiglie e le imprese. La spesa per interessi si deve quanto meno dimezzare, scendendo dagli 85 miliardi di euro di quest’anno a non più di 45 miliardi: un risparmio più che sufficiente per abbattere l’Irap e l’Imu sulla prima casa, ed avviare politiche di incentivo per l’acquisto degli immobili da parte delle giovani coppie e la detassazione del lavoro precario.

Non è un compito semplice, quello di Enrico Letta: non c’è un tavolo formale a cui sedersi per parlare con i mercati. Ma su questo deve essere chiaro, fino alla brutalità. Sul costo degli interessi sul debito pubblico italiano si gioca la partita del prossimo Governo: negli Usa, in Gran Bretagna ed in Giappone le Banche centrali acquistano titoli pubblici per finanziare gli Stati, mentre in Europa la Bce non può fare altrettanto. Enrico Letta deve uscire dalle secche in cui il Governo Monti ha cacciato l’Italia ed ha una sola strada: affrontare a viso aperto i mercati finanziari e dichiarare quale è il livello massimo di remunerazione del debito pubblico che è disposto a mettere a bilancio. Non è con i partiti che deve trovare la quadra, nè questione di posti da ministro o di sottogoverno da spartire. Se vuole governare l’Italia e rilanciare la crescita ha una sola strada: stabilizzato il bilancio, gli interessi sul debito pubblico non devono più avere livelli da usura. Ormai il debito pubblico è, per oltre il 70%, in mani italiane: banche, assicurazioni, fondi pensione e di investimento, famiglie ne sono i detentori. L’accordo va fatto con loro: meno rendite finanziarie, più sviluppo.

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