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Lunedì 26 Settembre 2016, ore 22.59
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Vassalli di Berlino e pure colonie di Atene?

Non si accettano scommesse, ma la posta in gioco è enorme.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Dopo la fumata nera anche alla seconda votazione per la elezione del nuovo presidente della Repubblica greca, il 29 dicembre l’anno potrebbe concludersi tra i botti. Se anche alla terza votazione mancherà la maggioranza necessaria per eleggere il nuovo Capo dello Stato, saranno indette le nuove elezioni politiche, già calendarizzate per il 25 gennaio. Eppure, solo a marzo prossimo sarebbe venuto a scadenza naturale il rinnovo del Presidente oggi in carica.

In Europa siamo di fronte ad una accelerazione eccezionale, visto che a breve anche il nostro Presidente della Repubblica dovrebbe formalizzare le dimissioni, già preannunciate come imminenti nell’incontro recentemente tenuto con il Corpo diplomatico.

La prima scadenza che tutti hanno in mente è il 22 gennaio, data della prossima riunione della BCE in cui si dovrebbe decidere l’avvio formale del Qe, l’acquisto di titoli di Stato volto ad iniettare nuova liquidità per contrastare la tendenza alla deflazione. Se il Parlamento greco avrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica ed altrettanto avrà fatto quello italiano, a pochi giorni dal passaggio delle consegne a conclusione del semestre di Presidenza della Unione europea, il quadro politico europeo potrebbe definirsi stabilizzato nel medio termine. Le prossime scadenze, infatti, saranno le nuove elezioni presidenziali francesi nel 2016, insieme a quelle per i Comuni in Inghilterra. Ci sarebbe un varco di circa due anni idoneo a cercare di far riprendere quota all’economia europea.

Se anche il 29 dicembre il Parlamento di Atene non riuscisse ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, è già pronta una alleanza elettorale tra Syriza ed i Socialdemocratici: la sfida alla attuale maggioranza guidata dal Premier Samaras è già stata lanciata, con un programma davvero indigesto per l’Europa.

Piuttosto che preannunciare l’uscita dall’euro, il programma elettorale prevede una rinegoziazione del debito pubblico greco, ormai pressoché interamente detenuto dagli altri Stati europei attraverso l’ESM e dal FMI, con una moratoria cinquantennale. Sarebbe un trattamento addirittura meno favorevole rispetto a quello che fu concesso nel 1953 alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale, quando i debiti esteri contratti dai governi tedeschi a partire dal 1919 vennero cancellati per il 50% del loro ammontare, mentre la parte rimanente fu dilazionata in più di 30 anni. Le riparazioni per i danni arrecati agli altri Paesi, a loro volta, vennero congelate fino alla riunificazione della Germania. Ma nel 1990, a riunificazione avvenuta, anche queste vennero cancellate. Curiosamente, nel 1953 la Grecia era tra i Paesi che rinunciarono, se pur temporaneamente, a far valere il diritto al risarcimento dei danni subiti durante l’occupazione tedesca, nel corso della quale sparì anche l’oro della Banca centrale di Atene. Ma nel Trattato per la sistemazione definitiva della Germania, stipulato il 12 settembre 1990, non si fece alcuna menzione delle riparazioni. Né furono parte di questo trattato i governi, come quello greco, che nel 1953 a Londra avevano consentito di rinviare il pagamento delle riparazioni per i danni di guerra.

Ormai è risaputo che gli interventi degli Stati europei a favore della Grecia sono serviti a consentire alle banche francesi e tedesche di uscire da quel mercato limitando al massimo le perdite. Mentre le banche italiane erano esposte verso la Grecia in modo estremamente limitato, il nostro governo ha contribuito con un prestito bilaterale a favore della Grecia con ben dieci miliardi di euro. Per non parlare del contributo italiano versato all’ESM, destinato al risanamento delle banche spagnole.

Oggi il debito pubblico della Grecia è arrivato al 174% del PIL. Il FMI, con il suo consueto quanto insostenibile ottimismo, prevede che a fine 2019 scenderà al 125%. Le sue previsioni per il futuro sono sempre state estremamente rosee: nel 2011, ad esempio, prevedeva che il picco del debito greco ci sarebbe stato nel 2012, con il 157%, mentre a fine 2014 sarebbe già sceso al 152%. La realtà è stata molto diversa, con un peggioramento addirittura del 22%.

Insomma, dopo aver accontentato la Germania nel sostenere la sua politica di rigore, ora ci tocca pure fronteggiare le richieste della Grecia, che vuole rinegoziare il suo debito.

Dopo essere stati vassalli di Berlino, diventeremo pure colonie di Atene?

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