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Domenica 11 Dicembre 2016, ore 11.06
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Così lontano, così vicino: Borsa Italiana e svolta generazionale

I mercati stanno inviando messaggi sottili, non semplici da cogliere, ma progressivamente sempre più chiari.

Francesco Caruso
Francesco Caruso
Master in Financial Technical Analysis, vincitore di SIAT Award 2011
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Caro lettore,

se non te ne fossi accorto, se non te lo avessero già detto, se magari in mezzo a questa volatilità hai perso la percezione, ti ricordo che la Borsa Italiana è ai livelli del 1986, come puoi vedere in questo grafico del Comit. In questo, siamo pari al Giappone, che però ha una valuta che rispetto alla nostra – Lira o Euro che sia – in questi decenni si è rivalutata enormemente. Ventisei anni di stallo: un periodo molto lungo. Più lungo della Grande Depressione. In questo momento di nebbia della ragione, almeno, ma non solo sui mercati, quando gli shrapnel degli interventi di governanti e economisti illuminano a tratti il terreno di battaglia, solo per poi renderlo ancora più indecifrabile; quando – al di là degli isterismi di mercati resi leggeri, quindi eterei, quindi volatili dall’assenza di molte delle mani che lo compongono normalmente (dov’è l’investitore italiano medio? riscatta i fondi perché è deluso e perché i soldi gli servono e lascia il mercato in mano a traders e hedge funds, spesso dalla stessa parte...) – regna l’incertezza totale; quando anche la sovranità decisionale di un Paese con tante colpe, ma anche con tanti meriti e con tanta sofferenza in atto sembra minata e messa in dubbio dai malsani effetti di decenni di mala gestio della res publica (e lo dico con termini latini solo per ricordarci da che grande passato veniamo); quando la politica ordinaria, inconsapevole del fatto che essa null’altro è se non la schiuma sulla cresta delle onde dei megacicli della storia, riesce solo per gran parte di sé a secernere in questo frangente storico uno spettacolo tra il patetico e il disgustoso; quando il termine “Grande Repressione del 2012”, rischia di acquistare un senso molto più ampio di come lo avevo pensato inizialmente; quando la gente comune parlando ti dice che da Settembre non si arriva più a fine mese; quando licenziano i tuoi amici, che sai bravi e gran lavoratori; quando sai che potrebbe toccare a te: licenziare o essere licenziato (pardon: esodato); ecco: in un momento come questo, dove bisognerebbe fare come Charlie Brown e tornare a casa e mettersi sotto le coperte, o – come diceva De Filippo – aspettà ch’ha dda passà a’nuttata; non è facile dire che quella che si vede in fondo al tunnel forse non è la luce del trend (pardon: treno) che ci sta venendo addosso, ma proprio la luce dell’uscita, quella che porta FUORI.

Ma è questo che intendo dire: lo dico piano, con mille dubbi, senza le certezze dei grandi e dei pazzi, con molti “ma” e “se”, ma anche con una certa ferrigna convinzione che mi viene da una lunga, lunghissima frequentazione con i mercati e i modelli ciclici.

I mercati – e non intendo SOLO l’Italia ma ANCHE l’Italia, che è parte dell’Europa fino a prova contraria e parte del mondo – stanno inviando messaggi sottili, non semplici da cogliere, ma – almeno ai miei modelli – progressivamente sempre più chiari. La grande sbornia del debito, di cui ancora si parla e che è ancora il centro, il fulcro ed epicentro di ogni movimento, si sta trasformando in nausea. L’INVESTITORE comincia a non capire più quale è il vantaggio fra detenere debito a tasso nominale zero virgola e tasso reale negativo, oppure – se vuole rendimento reale positivo – tasso “malato”, di paesi con la lebbra finanziaria come Italia e Spagna (la Grecia, povera, è già morta: e non lo sa) – e detenere partecipazioni azionarie di singole azioni, settori, paesi, aree, stili. Che non daranno cedola ma, se scelti bene, danno dividendo: saranno volatili, ma almeno sono reali.

Qui, oggi, in questo momento cupo e difficile, dico una cosa semplice e chiara, un messaggio che vorrei che ciascuno di voi – se lo riterrà – si prendesse la briga di passare a un conoscente, a un amico, in un social network. Il messaggio è questo: il Bear Market iniziato nel 2000, l’Orso assassino che per quasi una intera generazione ha distrutto a più riprese ricchezze, potere di acquisto, che ha disintegrato chi gli si è opposto, che ha spazzato via governi, istituzioni, che ha chiesto un prezzo altissimo solo per il non soccombere nell’opporvisi, quell’Orso è stanco.

E’ ancora cattivo e pericoloso e può sul breve (da qui a qualche mese) fare ancora male, ma il suo “esame clinico” (leggi: i numeri dei modelli ciclici) è INESORABILE: il Grande Orso è alla fase finale della sua opera. Il coup de grace glielo stanno dando i tassi a zero, che rendono qualunque investimento potenzialmente migliore o comunque valutabile e credibile come alternativa rispetto alla liquidità. E siccome di liquidità ce n’è in giro ancora tanta, forse troppa, se solo una parte marginale di quella che si è beata della diminuzione dei prezzi (= deflazione) andasse a finire sulle borse, beh, allora ci sarebbe da divertirsi. Perché i mercati, con buona pace di tanti, le tendenze le creano coi flussi dell’oggi, non con i fondamentali del futuro e nemmeno con le decisioni o le dichiarazioni politiche.

Il prossimo mensile del mio report su www.cicliemercati.it sarà dedicato al bicchiere mezzo pieno. Dedico, quindi, questo post al bicchiere mezzo vuoto, ai dubbi, agli scenari residuali che ancora affollano il mio animo perfezionista.
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