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Lunedì 26 Settembre 2016, ore 10.57
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La crescita? Più capitali di rischio e meno rendite

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Un dilemma tira l'altro: rigore o crescita, stabilità monetaria o un ruolo più attivo della Bce, fiscal compact o costruzione di una vera Unione politica europea. Fino a dieci anni fa c'erano la dracma, la peseta, la lira, il franco, e dall'altra il marco forte: un passato fatto di svalutazioni competitive, di inflazione importata e di speculazione sui cambi; oggi c'è l'euro, e sotto tensione ci sono i titoli di Stato dei Paesi periferici. Poco è cambiato, perché le debolezze sono rimaste identiche, anzi aggravate da una diversione strutturale dell'impiego del capitale dal profitto alla rendita.

Negli scorsi dieci anni, in Occidente il capitale è stato impiegato prevalentemente in attività finanziarie che sottendevano l'attesa di una cospicua e duratura rendita: tutti alla ricerca di soggetti da indebitare, a medio e lungo termine, famiglie, imprese e Stati. Il paradigma americano dei mutui sub-prime, delle automobili a rate e dei prestiti personali appoggiati sulle carte di credito ha fatto scuola. L'allargamento della base produttiva, gli investimenti industriali sono stati al confronto ben poca cosa: ad investire in capacità produttiva ci pensavano i cinesi. E' stato così dappertutto: per le banche tedesche e francesi nei confronti della Grecia, per quelle inglesi in Irlanda, per quelle spagnole in Portogallo ed a casa propria. Il boom immobiliare in Italia è stato inferiore, perché di case se ne erano costruite già a sufficienza nei decenni scorsi.

I capitali sono andati dove il saggio di remunerazione è stato più alto, dalla Cina alla Grecia, dalla Spagna all'Irlanda, a prescindere dal costo del lavoro. Cercavano la rendita e non il profitto. I rischi ed i costi di questo indebitamento generale sono stati accollati agli Stati, seppure in forme diverse, in nome della stabilità finanziaria, senza distinzione, anche in Cina: nel 2009, si è fatta carico di giganteschi programmi edilizi e di infrastrutture pubbliche, per ovviare alla caduta improvvisa della domanda mondiale, allargando il credito a dismisura. I capitali accumulati in precedenza, essendo eccedentaria la capacità produttiva già esistente, sono stati indirizzati all'acquisto di abitazioni. Spesso vuote e difficili da rivendere, perché troppo care: i prezzi a cui sono state acquistate riflettevano l'attesa di una rendita, ad un livello non comparabile con il potere d'acquisto dei lavoratori cinesi. Dell'Irlanda, basta ricordare che è stata la esposizione delle sue banche a determinare la crisi delle finanze pubbliche: prestavano denaro per speculazioni immobiliari, né più né meno di quello che è successo in Spagna e naturalmente dall'altra parte dell'Atlantico. La massiccia cartolarizzazione dei mutui sub-prime americani, con ABS ad alto rendimento ed altrettanto misconosciuto rischio, ha coinvolto investitori per ogni dove, ma non ha sgravato dal rischio del tracollo l'intero sistema bancario americano. Il salvataggio ha assorbito immense risorse: negli Usa sono stati deliberati interventi per 2.851 miliardi di dollari, a favore di 1.366 banche ed in Europa per 2.356 miliardi di euro, a favore di 174 banche, mentre l'ammontare effettivo utilizzato è stato pari a 1.232 miliardi di euro da parte di 74 istituti.
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