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Mercoledì 12 Dicembre 2018, ore 14.52
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I Reduci dello Spread

La spallata non è riuscita, nonostante la tremenda pressione istituzionale e mediatica

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Ci hanno provato ben quattro volte a fare saltare il governo con la spallata dei mercati: ma stavolta non è andata come il 2011, quando Berlusconi dovette arrendersi alla furia dei mercati.

Riepiloghiamo: la prima ondata si è mossa tra il 17 ed il 19 ottobre, con una tenaglia tra Bruxelles e le agenzie di rating: da una parte ci fu la visita a Roma del Commissario europeo Moscovici, che non solo incontrò il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, ma addirittura il Presidente della Repubblica Mattarella. In serata, venerdì, arriva una doppia legnata: la Commissione comunica che la manovra dell'Italia configura una deviazione dalle regole del Fiscal Compact che non ha precedenti per gravità. Nella notte, dopo la chiusura dei mercati americani, arriva il downgrading. L'agenzia Moody's taglia il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2 con outlook stabile. Solo un gradino al di sopra del livello junk, quello che spesso viene tradotto in italiano come “spazzatura”. Già venerdì 19 il clima si era fatto tesissimo, con lo spread a quota 339: il martirio era pronto. Ed invece, lunedì, la tempesta non si scatena, anzi. Lunedì 22 ottobre si scende a 312. Assalto respinto. La situazione è grave, ma non critica. Nonostante il tambureggiare della stampa, il Governo nicchia.

Bisogna riprovare subito, seconda spallata. Non appena ricevuta la risposta italiana sul mantenimento della manovra, martedì 23 ottobre la Commissione spara la bordata: stando così le cose, si dice, ci sarà anche una procedura di infrazione. Venerdì 26 ottobre anche Standard & Poor's ci mette il carico: niente downgrading, ma outlook negativo. Lo spread sale di nuovo, ma meno della prima volta: si ferma, se così si può dire, ai 318 punti base di giovedì 15 novembre. Poi, scende velocemente ai 305 punti, minimi di lunedì 19 novembre: il cambiamento di outlook è stata una cartuccia bagnata.

Non basta. Serve il colpo finale: la Commissione si accinge a pubblicare la sua posizione definitiva in merito alla deviazione di bilancio dell'Italia, che riguarda anche il debito: doppia procedura, dunque, non solo per il deficit. Un inedito assoluto: nessun Paese, dall'entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1992 è mai stato accusato di questa violazione. Le sanzioni saranno pesantissime. Si parla del blocco delle erogazioni di fondi europei: i mercati entrano in fibrillazione già sulle indiscrezioni e sulle dichiarazioni rilasciate a mercati aperti.

La botta è forte: il 20 novembre, prima ancora che la Commissione si pronunci ufficialmente, lo spread cannoneggia a 335 punti base. Niente da fare, però: nonostante ogni allarme, non si riesce più a superare il primo picco, che fu di 339 punti. La tempesta non arriva.

Anche lo show down, l'incontro a due di venerdì 23 novembre tra il Premier Conte ed il Presidente della Commissione Juncker, dove si prevede il muro contro muro, non scalda più di tanto. Lunedì 26 novembre, solo sulla base di qualche chiacchiera sulla possibile limatura di un paio di decimali del deficit, lo spread si affloscia: torna addirittura sotto quota 280. Nel primo pomeriggio tocca 290 punti base.

Qualcuno, chissà quanti, avevano scommesso per il peggio, vendendo allo scoperto. Le cose non sono andate affatto come si prevedeva, o temeva. Stavolta la speculazione non è riuscita a fare il suo gioco politico: solo danno agli altri e sicuramente qualche ginocchiata l'ha presa.
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