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Giovedì 21 Novembre 2019, ore 12.57
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I naufraghi d'oro del Britannia

L’Italia è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Hanno lasciato affondare l'Italia, una bordata dopo l'altra.

L'accordo Andreatta-Van Miert, nel 1993, portò allo smantellamento delle Partecipazioni Statali: doveva essere la liberazione dal giogo della politica, ed invece è stato lo sbriciolamento di un gigantesco complesso finanziario ed industriale pubblico che ci aveva fatto diventare la quinta potenza mondiale, davanti alla Gran Bretagna. Le privatizzazioni sono state lo strumento per la colossale dilapidazione del patrimonio: tutto è passato nelle mani di un sistema capitalistico privato che il capitale non sapeva neppure dove fosse di casa. Hanno svenduto tutto, pezzo dopo pezzo. Quel poco che è rimasto, poco e niente, dall'ENI a Leonardo, dalle Poste a Fincantieri, è in piedi solo perché è nelle mani del Tesoro.

Il "divorzio" tra Tesoro e Banca d'Italia, già dieci anni prima, nel 1981, ci aveva messi irrimediabilmente sotto il ricatto del mercato per il debito pubblico, con i tassi di interesse che ci strangolano da allora senza sosta: sempre Andreatta di mezzo, con Ciampi. Da allora, abbiamo pagato migliaia di miliardi di interessi su un debito che cresce in continuazione, perché siamo in mano agli strozzini.

Ma gli strozzini siamo noi stessi, gli Italiani: la ricchezza finanziaria privata interna cresce soprattutto per questa continua spoliazione. Le stesse banche, le assicurazioni ed i fondi di investimento vivono per il grasso che deriva loro dal debito pubblico. Una rendita parassitaria mostruosa, ignobile.

L'ingresso nell'euro, nel 2000, ci ha privato anche della sovranità monetaria, e ci ha condannato a commerciare all'estero con una valuta troppo forte: per essere competitivi abbiamo dovuto svalutare i salari, impoverendoci. Decisero tutto, ancora una volta, Prodi e Ciampi.

Il Trattato di Maastricht aveva cambiato tutto nel 1992: senza più le leve della politica di bilancio e senza industria pubblica, il sistema italiano era alle corde. Il Fiscal Compact ci ha condannato infine alla austerità distruttiva.

Fa impressione, a dieci anni dall'inizio della grande crisi finanziaria del 2008, guardare ai risultati per l'Italia di tanti sacrifici, di tante manovre correttive, di tante riforme: solo la Grecia ha fatto peggio di noi, con un PIL che si è ridotto di un quarto rispetto al 2008. Quello dell'Italia si è ridotto in termini reali del 4%, mentre tutti gli altri Paesi dell'Eurozona sono cresciuti: Malta del 56%, l'Irlanda del 54%, la Germania del 14%, la Francia dell'11%. Per noi è un massacro.

Il credito alle imprese diminuisce, i salari non aumentano, gli investimenti ristagnano. I governi si arrabattano, un anno dopo l'altro. Se l'economia non cresce, tutto si accartoccia, con il sistema previdenziale che va a rotoli.

Una intera generazione, quella che salì baldanzosamente a bordo del Britannia nel giugno del 1992 per mettersi al servizio dei Mercati, ha fatto naufragare l'Italia. Se l'è cavata bene, personalmente, con carriere fulgide, scalando il potere giorno dopo giorno.

L'Italia intanto è affondata: patrimonio industriale svenduto, debito pubblico sotto ricatto e recessione distruttiva.

I naufraghi d'oro del Britannia.

(Foto: © Yuriy Kirsanov / 123RF)
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