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Mercoledì 21 Novembre 2018, ore 02.29
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Negli USA il debito crescerà, e paga Pantalone

Dalle famiglie sub-prime alla Fed, ed ora alla Treasury

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

La riforma fiscale approvata dal Congresso, il cavallo di battaglia elettorale del Presidente Donald Trump, dovrebbe accrescere il debito federale di circa 1.400 miliardi di dollari in dieci anni: una enormità. Il dollaro si indebolisce, nonostante l'aumento dei tassi deciso dalla Fed. L'Europa annaspa, visto che la crescita di questi anni è stata sostenuta dalla svalutazione dell'euro provocata dal Qe della BCE. La Germania avrà davvero delle brutte gatte da pelare, perché in questi anni ha chiesto a tutti i partner europei di ridurre la domanda interna a favore dell'export. Ma queste condizioni valutarie favorevoli non ci saranno più: soprattutto l'export tedesco, che mantiene bassissimo il livello della disoccupazione, sarà messo a dura prova.

Mentre tutti sono ancora incantati davanti agli schemi, per seguire in presa diretta i guizzi e le parabole del mercato, sarebbe il caso di allungare lo sguardo per capire che cosa succederà al debito interno americano. Crescerà ancora, ma cambierà tasca, passando da quello delle famiglie e delle imprese a quello della Treasury.

Le famiglie e le imprese americane pagheranno meno tasse: avendo maggiori disponibilità per spendere e per investire, avranno meno necessità di ricorrere ad altro debito. Comunque, avranno un maggior reddito netto disponibile per pagare gli interessi e per rimborsare il capitale già preso a prestito.

La scelta politica americana è chiara: nessuno vuole rischiare una nuova crisi finanziaria, come quella del 2008, innescata dalla insostenibilità dei debiti contratti dalle famiglie americane sub-prime.

Siamo ad un punto di svolta.

Perché è dagli anni Settanta negli Usa, e dagli anni Ottanta in Europa, che è iniziata la deflazione salariale. La crisi del Comunismo, ai primi anni Novanta, ha trovato la strada già spianata.

Il meccanismo della crescita economica, in fondo, è sempre lo stesso: se non salgono i salari, cambia solo il settore (famiglie, imprese, Stato) che si fa carico del maggior debito che traina la crescita. L'economia reale, infatti, così come la quotazione degli asset mobiliari, è trainata dal credito e dalla offerta di moneta da parte delle Banche centrali.

In un sistema capitalistico concorrenziale sempre più globalizzato, le convenienze produttive si sono spostate nei Paesi dove il costo complessivo del lavoro, la tassazione ed i vincoli ambientali erano più favorevoli. Questa dinamica è ben nota, come anche il fatto che per reagire a questa forsennata necessità di abbattere i costi i Paesi più avanzati hanno cominciato a ridurre le tutele del welfare ed a rendere più flessibile il mercato del lavoro, sia in entrata che in uscita: la precarizzazione e la facilità di licenziare sono divenuti un must. Sono queste le riforme strutturali che servirebbero a rendere più competitive le economie.

In verità, venuta meno la paura che il Comunismo si potesse affermare anche nei Paesi democratici occidentali attraverso il semplice voto popolare, senza dover ricorrere a sanguinose rivoluzioni, non c'era più ragione per continuare a pagare alti salari ai lavoratori.

Per conseguenza, la quota percentuale del salario sul reddito nazionale lordo si è abbassata a favore dei profitti e delle rendite. Si è ridotta così anche la quota percentuale del risparmio delle famiglie sul reddito netto annuo dopo le tasse. Tutto questo avrebbe avuto un impatto estremamente negativo sulla domanda interna e quindi sulla crescita, se non fosse stata attivata la leva del credito.

E' accaduto così che in questi trent'anni la percentuale del debito delle famiglie, in rapporto al loro reddito netto annuo è cresciuta in continuazione. Gli Stati, a loro volta, hanno abbandonato la teoria keynesiana, in base a cui il deficit pubblico crea una domanda aggregata aggiuntiva capace di attivare nuovi investimenti e quindi maggiore crescita ed occupazione. Si è affermato il monetarismo, la teoria economica secondo cui, invece, l'aumento della offerta di moneta non modifica il livello dell'occupazione, ma solo il livello dei prezzi: genera solo inflazione e non crescita reale.

Con i salari che sono cresciuti ad un ritmo inferiore a quello della produttività, e con i deficit pubblici posti sotto stretto controllo, basti pensare che è del 1992 il Trattato di Maastricht che ha imposto nella UE il tetto al 3% del PIL, i tassi di crescita di tutte le economie occidentali si sono drasticamente ridotti, mentre i debiti crescevano solo per gli alti tassi di interesse.

I debiti contratti in precedenza dalle famiglie, dalle imprese e dagli Stati, scontavano infatti tassi reali di interesse negativi: vista l'inflazione, avrebbero restituito un capitale inferiore a quello preso in prestito. Ma, a partire dagli anni Ottanta, per spegnere i focolai di inflazione, le Banche centrali cominciarono a praticare tassi di interesse reale molto elevati. I debiti reali sono cresciuti a dismisura. Per di più, gli alti tassi hanno pure scoraggiato nuovi investimenti.

Se l'economia non cresce per via dell'aumento dei salari, inchiodati dalla competizione globale, cresce per via dei debiti.

L'America preferisce ora che sia lo Stato ad indebitarsi maggiormente per trainare la crescita, per non rischiare nuovamente che siano le famiglie a finire sul lastrico e le imprese a fallire. Non è solo una questione di consenso elettorale, è necessario per evitare lo stallo oppure una nuova crisi finanziaria. Lo Stato americano non fallisce: per restituire i debiti, stampa dollari. E se questi si svalutano, tanto peggio per i debitori.

Dalle famiglie sub-prime alla Fed, ed ora alla Treasury.

Negli Usa il debito crescerà, e paga Pantalone.

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