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Mercoledì 18 Luglio 2018, ore 01.03
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Euro, un cavallo già di ritorno

Si rivaluta sul dollaro, e l'export italiano tornerà a soffrire

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

E' bastato leggere le minute dell'ultima riunione della BCE, svoltasi a dicembre, per capire che ormai è finita la droga monetaria che aveva portato la valuta europea ad un passo dalla parità col dollaro. Da ora in avanti, si dovrà preparare il mercato ad una correzione restrittiva.

Il il cambio della valuta americana sull'euro ha superato così, d'un balzo, la soglia psicologica di 1,20: ma è già da un anno, da quando si è cominciato a parlare di chiudere il QE, che l'euro è risalito, partendo da una soglia vicina ad 1,7.

Lo stesso è accaduto, sempre in questa settimana, con lo yen: anche la Banca del Giappone sta tirando i remi in barca, riducendo di 10 miliardi di yen il Qe che aveva stabilito nel 2014. La valuta giapponese si è immediatamente rivalutata del 5% sul dollaro.

Bisogna farsene una ragione: i tassi di interesse negativi imposti dalla BCE e dalla BoJ erano diventati insostenibili, ed avevano provocato un deflusso di risorse verso gli Usa, contribuendo a fare crescere le quotazioni di Wall Street. Ora, con questo atteggiamento monetario più prudente, i capitali europei tenderanno a restare, cercando rendimenti obbligazionari più alti, anche sui debiti pubblici. I rendimenti dei Bund sono immediatamente cresciuti, e c'è da attendersi che lo stesso accada per i titoli italiani, anche se lo spread non varia: questo, infatti, misura solo la differenza tra i tassi di interesse, non un valore assoluto. Anche se lo spread rispetto ai titoli tedeschi dovesse rimanere fermo, il costo del debito pubblico italiano tenderà a salire. E questo sarà il primo problema che dovrà affrontare il nuovo governo che ci sarà dopo le elezioni.

L'impatto della rivalutazione dell'euro sul dollaro, che proseguirà a mano a mano che si profilerà una politica monetaria europea più restrittiva, sarà penalizzante per le nostre esportazioni quotate in dollari. Si ridurrà così il vantaggio competitivo che ci era stato assicurato in questi anni dalla marea di liquidità immessa dalla BCE ed ampiamente in uscita dall'Europa, che aveva fatto deprezzare la moneta europea.

Ci potrebbe essere un piccolo vantaggio, però, visto che in queste ultime settimane i prezzi del petrolio stanno salendo verso i 70 dollari al barile: una rivalutazione dell'euro sul dollaro farà costare di meno le importazioni energetiche. E' un bene per i consumatori, ma ridurrà ancora quella spinta dell'inflazione verso l'alto a cui tengono tanto le Banche centrali. Per l'Italia, l'effetto della rivalutazione dell'euro rispetto al dollaro ridurrà da una parte i margini (e forse anche i volumi) dell'export, e dall'altra la tendenza all'aumento della bolletta energetica.

Negli Usa, già ora, i tassi sui Treasury a dieci anni sono superiori a quelli medi europei ed ovviamente ai rendimenti dei Bund, e non c'è motivo alcuno perché questa situazione debba continuare ancora. E' stata la Borsa americana ad aver corso tanto, forse troppo, mentre quelle europee sono state sottovalutate anche per la pressione regolatoria sulle banche, ancora gravate da crediti in sofferenza. Una attesa di tassi più elevati indurrà i capitali ad investire in Europa, riducendo il drenaggio di risorse verificatosi negli scorsi anni: il risultato era abbastanza paradossale, soprattutto per l'Italia, visto che la ricerca di più elevati rendimenti faceva investire più all'estero che in casa. Insomma, i bassi tassi di interesse decisi dalla BCE avevano indotto molti risparmiatori italiani a guardare in questi anni fuori confine. Alla fine, i capitali italiani andavano all'estero per cercare migliori rendimenti, ma così facendo finanziavano economie ed imprese concorrenti con le nostre sui mercati internazionali.

Si sta chiudendo una lunghissima parentesi monetaria, che ha visto un po' tutte le Banche centrali immettere liquidità nel sistema: se ne è avvantaggiato soprattutto il settore finanziario rispetto all'economia reale. Ci sono state, infatti, Borse che sono cresciute in un anno del 15/20%, mentre il PIL saliva a mala pena del 2/3%.

La politica europea resta la vera sconfitta: ha puntato tutto sull'export e sulla svalutazione dell'euro, invece di far crescere la domanda interna, forte di un mercato di 390 milioni di persone nella sola Eurozona, che arriva a sfiorare il mezzo miliardo se si considerano anche la Gran Bretagna e gli altri Paesi non aderenti alla moneta unica.

L'export italiano tornerà a soffrire.

L'Euro, un cavallo già di ritorno.

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