(Teleborsa) -
L'oro continua ad aggiornare i suoi record storici e punta dritto verso i 5.000 dollari l'oncia, in risposta alle
rinnovate tensioni geopolitiche, al contesto di
incertezza che caratterizza l'inizio del 2026 ed alle
prospettive della politica monetaria. Il primo fattore rialzista resta comunque la domanda, soprattutto gli
acquisti delle banche centrali ed i consistenti
flussi di denaro sugli ETF.
Questa mattina, durante gli scambi asiatici, il
prezzo spot dell'oro ha toccato un
nuovo record storico di 4.640,13 dollari l'oncia, in rialzo dell'1% rispetto alla vigilia, mentre il
future sul gold in consegna a febbraio 2026 ha testato un massimi di
4.647,29 dollari, per poi assestarsi a 4.643,86 USD/oncia, mantenendo un rialzo dell'1%. La forza dell'oro ha coinvolto anche
l'argento che addirittura sale di oltre il 6% a 91,68 dollari l'oncia, rispetto ad un
picco raggiunto a 91,79.A sostenere il metallo prezioso concorre la sua
natura di bene rifugio. L'anno è iniziato infatti con rinnovate
tensioni geopolitiche: dall'arresto del dittatore venezuelano
Nicolas Maduro alla questione della
Groenlandia, su cui il presidente Donald Trump vuole mettere le mani, senza dimenticare le violente
proteste in Iran, che hanno già provocato 12.000 vittime.
E' tornata alla ribalta anche la
questione dell'indipendenza della Federal Reserve a seguito dell'
attacco "mascherato" al Presidente Jerome Powell, posto sotto indagine penale da parte del Dipartimento di Giustizia americano per la questione dei fondi spesi per l'ammodernamento della sede della banca centrale a New York. E sebbene Trump si sia detto estraneo alle indagini, tutto fa pensare che i togati a stelle e strisce si siano mossi a seguito di pressioni politiche. Tanto che Powell ha ricevuto il pieno sostegno da parte degli ex colleghi della Fed e dei presidenti delle più importanti banche centrali del mondo.
Altro fattore che sta facendo lievitare il prezzo dell'oro e deprezzare i dollaro è la
prospettiva di altri due tagli dei tassi d'interesse USA quest'anno. Attesa confermata dai recenti dati dell'inflazione, che è rimasta stabile al 2,7%, e da quelli del mercato del lavoro diffusi la scorsa settimana, che hanno confermato una debole crescita dei posti di lavoro (solo 50mila in più a dicembre). I
Fedwatch, cioè le scommesse sui prossimi interventi sui tassi d'interesse, indicano per la riunione del 28 gennaio una probabilità del 97,2% che il costo del denaro sia mantenuto all'attuale livello del 3,50-3,75%, ma ci si attende un
taglio di 25 punti entro il primo semestre ed
un altro della stessa misura, con una probabilità più bassa,
entro la fine dell'anno.