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Il pet care vale 5,3 miliardi, ma formazione cinofila resta volontaria

Il Rapporto Assalco-Zoomark 2026 stima 9,1 milioni di cani in Italia; uno studio su Animals censisce 54 aggressioni mortali tra 2009 e 2025.

Economia
Il pet care vale 5,3 miliardi, ma formazione cinofila resta volontaria
(Teleborsa) - Il mercato italiano del pet food e del pet care ha raggiunto nel 2025 un valore di 5,3 miliardi di euro, in crescita del 2,5% sull'anno precedente. È il dato del Rapporto Assalco-Zoomark 2026, presentato il 14 maggio, che quantifica in 1,848 miliardi il segmento degli alimenti per cani (44% del pet food, +0,7%): il secco vale 1.013 milioni con crescita nulla, l'umido 557 milioni (+2% a valore, -1,6% a volume), gli snack 278 milioni (+0,7%). La popolazione canina è stimata in 9,1 milioni di esemplari, presenti nel 28,7% delle famiglie, con peso medio di 14,7 chilogrammi, età media di sei anni e una quota di cani di razza del 73,1%.

Uno studio pubblicato il 6 dicembre 2025 sulla rivista Animals ha censito 54 aggressioni canine mortali in Italia tra il 2009 e il 2025. Gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 42,6% dei casi (23), i bambini tra zero e quattro anni il 22,2% (12). I molossoidi compaiono nel 40,7% degli episodi, i terrier di tipo bull nel 27,8%. Nel 92,6% dei casi si trattava di cani di proprietà; nel 56% di questi attacchi l'animale apparteneva alla vittima e il 66,7% degli episodi è avvenuto in contesti privati. Gli autori indicano come insufficienti i modelli fondati sulla sola responsabilità del proprietario e propongono un registro nazionale del rischio comportamentale.

La professione di educatore cinofilo non prevede albo né abilitazione obbligatoria: la legge 4/2013 ne fissa il quadro generale, mentre i requisiti tecnici derivano dalla norma UNI 11790 del 2020 e dalla UNI 11847 del 2022. Gli organismi accreditati da Accredia possono rilasciare certificazioni di competenza, su base volontaria.

In questo ambito opera FCC, organismo di certificazione che dichiara oltre 200 certificazioni rilasciate, con schema conforme alla ISO/IEC 17024. L'esame per l'educatore cinofilo prevede una prova scritta di 50 domande in 50 minuti con soglia di superamento al 70%, seguita da un colloquio tecnico orale della durata massima di 30 minuti.

"La certificazione entra nel merito al di fuori dell'autoreferenzialità", afferma il fondatore Daniele Di Lauro, sollecitando la necessità di una preparazione adeguata e di un "esame" che possa dimostrarlo. Sul comportamento animale, Di Lauro spiega: "Quel classico video del bambino che col cucchiaio si avvicina alla faccia del cane e gli dà il bacio: nel linguaggio canino il contatto visivo diretto prolungato e la vicinanza con la bocca sono segnali di minaccia". "Non è un cane cattivo, - afferma - è un animale che sta comunicando nella sua lingua e nessuno lo ascolta".

La cifra delle 200 certificazioni va però collocata. Si tratta del dato di un singolo organismo e non del totale nazionale: Cepas, società del gruppo Bureau Veritas, accreditata da Accredia, ha dichiarato oltre 350 professionisti certificati; altri organismi, tra cui Intertek, operano sulla stessa norma. Non esiste pero un censimento degli educatori cinofili attivi in Italia, il che impedisce di calcolare quale quota della professione sia effettivamente certificata.

FCC dichiara inoltre di aver siglato un accordo con un Paese europeo per l'adozione dei propri schemi nel settore dei cani da ricerca di esplosivi e stupefacenti. In Italia il riferimento più avanzato è regionale: l'11 marzo 2026 il gruppo Orizzonte Comune ha depositato in Consiglio regionale della Sardegna una proposta di legge in quattordici articoli benessere animale e ospitalità pet friendly, all'esame della quinta commissione. "Dallo specchietto retrovisore dobbiamo guardare il futuro", sostiene Di Lauro. "Noi abbiamo aperto sentieri che altri stanno iniziando a percorrere, e questo è un bene per tutto il settore".

FCC non ha reso noti fatturato, numero di sessioni d'esame annue né tariffe dei percorsi di certificazione, elementi che consentirebbero di misurare la dimensione economica dell'attività. L'organismo indica in poco meno di 35 anni l'età media di chi richiede informazioni sulla certificazione, dato non verificabile in modo indipendente.
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