Keita Miyazaki al Museo d’Arte Orientale di Venezia
La materia contemporanea dialoga con la tradizione giapponese. Marta Boscolo Marchi: "Le opere di Miyazaki si innestano naturalmente nella collezione storica, creando un ponte tra il Giappone del periodo Edo e la contemporaneità"
(Teleborsa) - Durante la 61ª Biennale di Venezia, il Museo d’Arte Orientale di Venezia accoglie Keita Miyazaki – From Water To Form, mostra personale dell’artista giapponese che trasforma gli spazi storici del museo in un luogo di attraversamento tra memoria, materia e contemporaneità. Il progetto, a cura di Pier Paolo Scelsi, Ilaria Cera e Riccardo Freddo, con la direzione scientifica di Elisabetta Barisoni, Marta Boscolo Marchi, Daniele Ferrara e Stefania Portinari, mette in relazione la ricerca scultorea di Miyazaki con una delle più importanti collezioni europee di arte giapponese del periodo Edo.
La mostra, promossa dalla Direzione regionale Musei nazionali Veneto – Museo d’Arte Orientale, da Galleria Rosenfeld e CREA Cantieri del Contemporaneo, nasce come evoluzione del percorso già avviato dall’artista al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, sviluppando ulteriormente la sua indagine sul rapporto tra acqua, trasformazione e materia. A Venezia, città sospesa tra fluidità e costruzione, il lavoro di Miyazaki trova però una dimensione ulteriore: non solo installazione contemporanea, ma vero e proprio dispositivo di dialogo con la storia, con l’artigianato e con la cultura materiale giapponese.
"La collezione del Museo d’Arte Orientale di Venezia ospita soprattutto opere giapponesi del periodo Edo, cioè il periodo che va dal 1603 al 1868", spiega Marta Boscolo Marchi. "Vi sono poi una sala dedicata all’arte cinese, prevalentemente con porcellane, e una sala dedicata al Sud-Est asiatico". Un patrimonio che diventa la base per un confronto diretto con il linguaggio contemporaneo dell’artista giapponese.
"Quello che si è voluto fare con il progetto di Keita Miyazaki è mettere in dialogo la produzione del periodo Edo con la contemporaneità, valorizzando proprio gli aspetti della dimensione artigianale, il 'filo del fare' e quindi questa tradizione che, in qualche modo, si tramanda dai secoli precedenti, naturalmente in una veste rinnovata e contemporanea, quale è quella di un artista dei nostri giorni”, continua Boscolo Marchi. Una chiave curatoriale che attraversa tutta l’esposizione e che restituisce centralità al gesto, alla manualità e alla trasformazione della materia come elementi condivisi tra culture e tempi differenti.
Le opere di Miyazaki, caratterizzate da assemblaggi metallici, materiali industriali e componenti leggere che sembrano sfiorire nello spazio, instaurano infatti un rapporto quasi organico con le teche storiche e con gli oggetti della collezione permanente. "Le opere di Keita Miyazaki hanno trovato un connubio speciale: si sono innestate in maniera quasi naturale con questo allestimento", sottolinea Boscolo Marchi. "Da una parte c’è un allestimento storicizzato, quello del museo, inaugurato nel 1928, che in parte ha preservato proprio queste strutture espositive; dall’altra ci sono le opere contemporanee".
Uno degli esempi più significativi di questo dialogo è rappresentato dall’opera che apre il percorso espositivo, collocata accanto a un drago in bronzo giapponese del periodo Meiji. "La prima opera che il visitatore incontra è questa esplosione di colori accanto a un drago in bronzo giapponese già del periodo Meiji", racconta Boscolo Marchi. "Si crea così uno straordinario dialogo tra il bronzo giapponese e queste parti metalliche che poi ‘sfioriscono’ in una leggerissima carta, diventando veramente un punto di intersezione e di rilettura di entrambe le esperienze: quella più antica e quella contemporanea".
La ricerca di Miyazaki si sviluppa proprio lungo questa tensione continua tra peso e leggerezza, struttura e dissoluzione, controllo e trasformazione. Le sue opere sembrano nascere da materiali industriali per poi mutare in forme fragili e quasi organiche, evocando processi naturali e stati transitori della materia. In questo senso, Venezia diventa parte integrante del progetto: città costruita sull’acqua, crocevia storico di scambi tra Oriente e Occidente, luogo dove le stratificazioni culturali convivono costantemente con la precarietà fisica e simbolica del paesaggio lagunare.
L’attenzione verso il rapporto tra contemporaneo e tradizione artigianale rappresenta inoltre una linea già presente nella programmazione del museo. "Abbiamo ospitato in passato anche la mostra di due artisti del vetro, Fujiko Enami e Ushio Konishi, e di fatto ci ha colpito molto la loro originalità e questa attenzione, anche in quel caso, al dialogo tra due tradizioni artigianali: quella del vetro da una parte e quella della collezione dall’altra" ricorda Boscolo Marchi.
In questo contesto, From Water To Form non si limita a essere una mostra di arte contemporanea, ma si configura come una riflessione più ampia sul valore della tradizione, sulla continuità dei saperi e sulla possibilità di costruire nuove connessioni tra epoche differenti attraverso il linguaggio universale della materia e del gesto.
(Foto: foto di Olivia Rainaldi)
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