Gli investimenti alternativi sono forme di investimento diverse da quelle tradizionali, cioè diverse da azioni, obbligazioni, conti deposito e fondi comuni più diffusi. In questa categoria rientrano strumenti finanziari come private equity, hedge fund, private debt e infrastrutture, ma anche beni reali e da collezione come immobili, opere d’arte, vini pregiati, orologi, auto d’epoca, gioielli e altri oggetti rari.
La loro caratteristica principale è che non dipendono sempre in modo diretto dall’andamento quotidiano dei mercati finanziari. Un quadro, una bottiglia di Barolo di una grande annata, una Ferrari storica o un orologio Patek Philippe non hanno un prezzo che cambia ogni secondo come un’azione quotata in Borsa. Il loro valore dipende da fattori diversi, come la rarità del modello, la sua qualità, lo stato di conservazione, la domanda dei collezionisti, la reputazione del produttore o dell’artista, la provenienza e la capacità di trovare il compratore giusto al momento giusto.
Proprio per questo gli investimenti alternativi richiedono maggiore attenzione rispetto agli strumenti finanziari ordinari, perché pur potendo offrire opportunità interessanti, sono spesso meno liquidi, più difficili da valutare e più costosi da gestire. Chi compra un vino pregiato, ad esempio, deve saperlo conservare in una cantina adatta, mentre chi investe in auto d’epoca deve considerare aspetti (e costi) legati alla manutenzione e all’assicurazione. Chi acquista arte deve verificare l’autenticità, la provenienza e lo stato dell’opera. In questi mercati non basta avere capitale: servono competenze specifiche, pazienza, una rete di relazioni e una reale conoscenza del settore in cui si decide di entrare.
Dal modello Yale alla riscoperta della semplicità: un po’ di storia
Il successo degli investimenti alternativi deve molto al cosiddetto “modello Yale”, associato a David Swensen, storico responsabile degli investimenti dell’endowment dell’università americana, ovvero il fondo patrimoniale di dotazione dell’istituto.
Il metodo di Yale consisteva nel non investire soprattutto in azioni e obbligazioni quotate, come fa un portafoglio tradizionale, ma nel destinare una parte molto ampia del patrimonio a investimenti meno accessibili: partecipazioni in aziende non quotate, fondi specializzati, immobili, infrastrutture e altri beni reali. L’idea era che questi mercati, proprio perché meno aperti e meno facili da comprare o vendere, potessero offrire rendimenti migliori a chi aveva abbastanza tempo, capitale e competenze per aspettare. In pratica, Yale accettava di tenere una parte del patrimonio bloccata per molti anni, puntando sul fatto che questa pazienza venisse ripagata da risultati superiori.
Il problema è che questo modello non funzionava solo perché usava investimenti alternativi, ma anche perché Yale aveva caratteristiche difficili da copiare: innanzitutto un patrimonio enorme, poi un gruppo interno di professionisti molto preparati, quindi una governance stabile e soprattutto l’accesso ai migliori gestori e alle migliori opportunità. Molte altre istituzioni hanno provato a imitare quella strategia aumentando la quota di investimenti alternativi nei propri portafogli, ma spesso senza avere la stessa dimensione, le stesse competenze o gli stessi rapporti privilegiati. Di conseguenza, hanno assunto più complessità e più costi senza però ottenere necessariamente gli stessi benefici.
Questo aspetto è molto importante da capire anche per un investitore privato: il rendimento degli alternativi non nasce automaticamente dal fatto che siano diversi, ma nasce, quando nasce, da un insieme di fattori, come una selezione molto accurata, da una gestione dei costi sotto controllo, da un orizzonte temporale lungo e dall’accesso a opportunità che non tutti vedono nello stesso momento.
C’è poi da dire che è forse vero che ci sia una minore volatilità, ma questo è perché molti asset privati sembrano stabili anche perché non hanno un prezzo aggiornato ogni secondo. Il valore di un fondo chiuso, di un’opera d’arte o di una collezione di bottiglie può cambiare molto prima che quel cambiamento emerga e si traduca in una transazione effettiva.
Cosa sono davvero gli investimenti alternativi
Una volta chiarito cosa si intende per investimenti alternativi, bisogna distinguere due mondi molto diversi tra loro. Da una parte ci sono prodotti finanziari costruiti e gestiti da operatori professionali. Dall’altra ci sono mercati di beni reali, dove il valore nasce anche dalla storia dell’oggetto, dalla fiducia tra compratore e venditore e dalla capacità di muoversi dentro circuiti spesso poco trasparenti per chi arriva da fuori.
ELTIF: cosa sono, come funzionano ed esempi
Nel primo gruppo rientrano, ad esempio, gli ELTIF, sigla che sta per European Long-Term Investment Fund, cioè fondi europei per investimenti di lungo periodo. Si tratta di strumenti regolamentati che raccolgono capitali dagli investitori e li destinano a progetti difficili da raggiungere con i normali strumenti quotati, come imprese non presenti in Borsa, infrastrutture, immobili o altri asset legati all’economia reale. La riforma chiamata ELTIF 2.0, applicabile dal gennaio 2024, ha cercato di rendere questi fondi più accessibili anche ai investitori retail, pur mantenendo regole di adeguatezza, documentazione e trasparenza.
Questo però non significa che siano diventati prodotti semplici. Un ELTIF può essere più accessibile rispetto al passato, ma resta un investimento di lungo periodo. Il capitale può rimanere impegnato per anni, le possibilità di uscita possono essere limitate e il rendimento dipende dalla qualità dei progetti in cui il fondo investe.
Un caso reale è AMUNDI PRIVATE MARKETS ELTIF, commercializzato anche come AMUNDI PRIMA, presentato da Amundi come un ELTIF che investe nei mercati privati attraverso una selezione di fondi esterni. Il fondo combina tre aree:
- Debito privato, cioè finanziamenti concessi a imprese fuori dai canali bancari tradizionali;
- Capitale di rischio, cioè partecipazioni in aziende non quotate;
- Infrastrutture, come progetti legati a reti, servizi o opere utili all’economia reale.
In pratica, chi investe non compra direttamente una singola azienda o una singola infrastruttura, ma entra in un veicolo che distribuisce il capitale su più progetti selezionati da gestori professionali.
Un altro esempio è il BlackRock Future Generations Private Equity Opportunities ELTIF, un fondo che dà accesso al private equity, cioè a investimenti in aziende non quotate. In questo caso il risparmiatore non compra azioni disponibili ogni giorno in Borsa, ma partecipa indirettamente a un portafoglio di imprese private selezionate da un gestore professionale. L’obiettivo è intercettare la crescita di aziende che possono svilupparsi, essere vendute o arrivare alla quotazione in futuro.
Beni materiali di valore
Fin qui siamo stati ancora dentro un perimetro finanziario riconoscibile, ma esiste un’altra area degli investimenti alternativi, molto diversa: quella dei beni da collezione e degli oggetti di valore. In questo caso non si compra una quota di un fondo, ma un bene fisico. Può essere una bottiglia rara, un quadro, un orologio, un’auto storica oppure un gioiello. Il valore dipende da una serie di elementi che vanno conosciuti prima dell’acquisto: non basta che il bene sia raro o desiderato, perché contano anche la sua autenticità, il modo in cui è stato conservato, la storia dei passaggi di proprietà, l’affidabilità di chi lo vende e la presenza di una domanda reale sul mercato.
In questi contesti le relazioni rappresentano uno strumento di accesso al mercato. Chi frequenta da anni un settore può vedere prima certe opportunità, capire quando un prezzo è corretto e riconoscere un bene di qualità prima che diventi evidente a tutti. Chi entra senza preparazione rischia invece di comprare nel momento sbagliato, pagare troppo o ritrovarsi con un oggetto difficile da rivendere. Negli investimenti alternativi legati ai beni reali, prima ancora di quello che si compra, è rilevante anche come ci si arriva, da chi si compra e quali garanzie accompagnano l’acquisto.
Vini pregiati da collezione: cosa sapere prima di investire
Nel vino da investimento il valore non cresce semplicemente perché una bottiglia è buona o perché porta un’etichetta famosa. La rivalutazione nasce quando la domanda supera la disponibilità reale: alcune annate diventano sempre più difficili da trovare, le bottiglie conservate bene si riducono nel tempo e i collezionisti internazionali competono per acquistare gli esemplari migliori.
Il meccanismo si capisce bene guardando a un grande Barolo, ma vale anche per alcune etichette di Brunello, Borgogna, Bordeaux o Champagne. Quando una cantina molto stimata mette in commercio una nuova annata, le bottiglie più ambite non arrivano sempre liberamente sugli scaffali, ma spesso vengono distribuite in quantità limitate a importatori, ristoranti, enoteche specializzate o clienti che hanno costruito negli anni un rapporto stabile con il produttore o con il distributore. Chi riesce ad acquistare in questa fase entra a un prezzo vicino a quello iniziale, mentre chi arriva più tardi, quando il vino è già stato recensito, premiato o cercato dai collezionisti, può trovarlo solo sul mercato secondario, dove il prezzo incorpora già una parte della rivalutazione.
A questo si aggiunge il tema della provenienza e della conservazione. Due bottiglie dello stesso Barolo, dello stesso produttore e della stessa annata possono avere valori diversi se una è sempre rimasta in una cantina professionale e l’altra è stata conservata in un ambiente caldo, instabile o poco controllato. Una bottiglia acquistata direttamente dalla cantina o da un’enoteca specializzata offre anche una storia più facile da ricostruire, mentre un esemplare comparso sul mercato senza passaggi chiari può generare più dubbi al momento della rivendita. Per questo, nel vino pregiato, il rendimento dipende da tre fattori collegati tra loro:
- Il prezzo di ingresso;
- La qualità della conservazione;
- La credibilità del canale da cui la bottiglia proviene.
Cosa significa investire in arte e quadri
Un quadro può avere un grande interesse culturale, essere apprezzato da critici e studiosi, ma risultare difficile da rivendere se il mercato in quel momento lo cerca poco. Al contrario, alcune opere possono diventare molto richieste per una fase specifica, spinte da mostre, passaggi in asta, mode collezionistiche o interesse internazionale, e poi perdere parte della loro attrattiva negli anni successivi.
Per questo l’acquisto di un’opera richiede un’analisi più profonda rispetto al semplice nome dell’artista. Prima di comprare bisogna capire se l’opera è autentica, se la sua storia è documentata, se è stata esposta, pubblicata o inserita in archivi riconosciuti. Inoltre, è importante anche il periodo in cui è stata realizzata: per molti artisti alcune fasi sono più ricercate di altre, perché considerate più rappresentative della sua vita o del suo percorso artistico o più rare. Un piccolo quadro di un periodo molto importante può avere più mercato di un’opera più grande, ma allo stesso tempo meno significativa per i motivi che abbiamo spiegato.
Un altro elemento è la provenienza. Un’opera passata da una galleria riconosciuta, da una collezione nota o da una casa d’asta importante offre più garanzie rispetto a un lavoro comparso sul mercato senza una storia chiara. Questo non significa che ogni opera senza una lunga provenienza sia automaticamente problematica, ma significa che chi compra dovrà fare più verifiche. Nel momento della rivendita, infatti, il futuro acquirente farà le stesse domande, che dovrebbe farsi anche il privato prima di investire:
- Da dove arriva l’opera;
- Chi l’ha posseduta;
- Quali documenti la accompagnano;
- Chi ne certifica l’autenticità.
Anche lo stato di conservazione incide molto. Se un quadro è restaurato male, oppure è stato conservato in ambienti inadatti o risulta privo di informazioni sugli interventi subiti può perdere valore o diventare più difficile da proporre ai collezionisti più esigenti. In più, l’investimento non finisce con l’acquisto. Un’opera va spesso assicurata, trasportata con operatori specializzati, conservata in ambienti adatti e, in alcuni casi, valutata o seguita da consulenti. A questi costi si sommano le commissioni applicate nelle compravendite, soprattutto quando si passa da una casa d’asta. Il rendimento finale, quindi, può ridursi molto rispetto alla semplice differenza tra il prezzo di acquisto e quello di rivendita.
Per tutte queste ragioni l’arte richiede una doppia competenza: sensibilità culturale da un lato e competenza economica dall’altro. Un quadro, quando viene trattato come investimento, diventa un bene da studiare, verificare e gestire con molta attenzione.
Orologi da collezione: come iniziare a investire
Gli orologi da collezione sono diventati uno degli esempi più visibili di investimento alternativo, soprattutto grazie alla domanda cresciuta intorno a marchi come Rolex, Patek Philippe e Audemars Piguet. Il mercato premia alcuni modelli, alcune referenze e alcune configurazioni, mentre altri orologi mantengono soprattutto un valore d’uso, estetico o personale.
Per capire la differenza bisogna guardare l’orologio come farebbe un collezionista. Il nome del marchio sul quadrante può essere importante, ma non è tutto. Esattamente come abbiamo scritto per le bottiglie di vino, anche il mercato degli orologi da collezione funziona più o meno allo stesso modo (ma cambiano ovviamente i fattori da valutare) Un Rolex Daytona, ad esempio, può avere un interesse molto diverso a seconda della referenza, dell’anno di produzione, della disponibilità sul mercato e delle condizioni in cui si trova. Lo stesso vale per un Nautilus di Patek Philippe o per un Royal Oak di Audemars Piguet: la domanda riguarda modelli precisi, con caratteristiche specifiche e una storia commerciale importante.
Un ulteriore elemento rilevante che influenza il valore di un orologio è la completezza. Un modello accompagnato dalla sua scatola originale, dalla garanzia, dai documenti, dalle ricevute di acquisto e dalla cronologia degli eventuali interventi di manutenzione tende a essere più interessante per il mercato rispetto a un esemplare privo di documentazione.
Anche le condizioni dell’orologio pesano sul valore: una cassa lucidata troppe volte, un quadrante sostituito, componenti non originali o interventi poco chiari possono ridurre l’interesse dei collezionisti. In questo settore, infatti, sono proprio questi piccoli dettagli ad avere il potere di spostare molto il valore.
L’errore più comune è comprare quando un modello è già al centro dell’euforia. Se un orologio viene acquistato sul mercato parallelo a un prezzo molto superiore al listino, una parte della possibile rivalutazione è già stata incorporata nel prezzo iniziale. Diverso è il caso di chi riesce ad acquistare un modello richiesto tramite concessionario autorizzato, a prezzo di listino, oppure di chi individua con anticipo referenze meno ovvie, ma con buone prospettive collezionistiche. Anche qui, quindi, il prezzo di ingresso fa una grande differenza.
Per iniziare a investire in orologi da collezione in modo pratico, conviene quindi partire dallo studio prima che dall’acquisto. È meglio concentrarsi su pochi marchi e pochi modelli, imparando a distinguere le referenze, le annate, le versioni più ricercate e le oscillazioni del mercato secondario, e osservando i risultati delle aste e confrontando i prezzi dei rivenditori affidabili per capire quali modelli hanno una domanda stabile nel tempo.
Il primo acquisto dovrebbe essere fatto attraverso canali verificabili: parliamo di concessionari autorizzati, rivenditori specializzati con una solida reputazione, case d’asta riconosciute o professionisti capaci di certificare autenticità e condizioni.
Bisogna poi considerare anche i costi successivi, in special modo quelli legati alla manutenzione periodica e a un’adeguata conservazione oltre che a una eventuale copertura assicurativa.
Auto d’epoca da investimento: cosa sapere
Anche le auto d’epoca rientrano tra gli investimenti alternativi più diffusi. Una Porsche d’epoca, una Ferrari classica o una Lancia storica possono diventare oggetti da collezione, ricercati da appassionati disposti a pagare molto per un esemplare raro, ben conservato e con una storia documentata.
Allo stesso tempo, sono anche tra gli investimenti più impegnativi da gestire. Un’auto storica, per acquisire valore, deve essere custodita in un ambiente asciutto e sicuro, assicurata con coperture adeguate, controllata periodicamente e seguita da meccanici che conoscano davvero quel modello. Se l’auto resta ferma troppo a lungo può deteriorarsi, mentre se viene usata troppo o male può perdere valore. Anche i ricambi originali, i restauri e le certificazioni possono incidere molto sul costo complessivo dell’investimento. È un bene delicato, che bisogna conoscere molto bene, ma anche sapere cosa farne una volta che è in proprio possesso, al fine di non sminuirne il valore e perdere l’investimento fatto.
In questo settore la storia conta forse di più rispetto agli altri esemplari. È quindi importante sapere quanti proprietari ha avuto l’auto, se ha subito incidenti, se è stata restaurata correttamente, se conserva motore e telaio conformi ai dati di fabbrica e se dispone di documenti, libretti, fatture e certificazioni. Due auto dello stesso modello e dello stesso anno possono avere valori molto diversi: quella conservata in condizioni originali e ben documentata può interessare molto di più rispetto a un esemplare modificato, restaurato male o con passaggi di proprietà che non sono molto chiari.
Per questo non basta scegliere un marchio prestigioso o comprare un’auto “vecchia” pensando che diventerà automaticamente più preziosa. Bisogna capire se quel modello ha una domanda reale tra i collezionisti, se la versione è rara (diversi modelli di auto escono in tirature limitate, pensate proprio per il collezionismo), se il prezzo d’acquisto è adeguato e quali costi saranno necessari negli anni successivi.
Cosa bisogna sapere prima di investire in beni fisici
Prima di destinare una parte del patrimonio agli investimenti alternativi, la domanda principale da porsi deve essere: “Quanto capisco davvero di ciò che sto comprando?”. Bisogna conoscere il mercato, stimare i costi accessori, verificare la liquidità, valutare il rischio di falsi o valutazioni gonfiate, capire la fiscalità e stabilire un orizzonte temporale realistico. Serve anche una soglia massima di esposizione, perché gli alternativi dovrebbero integrare un portafoglio, non sostituire strumenti più trasparenti e liquidi.
A questo punto, per concludere questo articolo, non possiamo fare altro che citare tre esempi reali di beni di investimento che, almeno per una fase della loro storia, hanno raggiunto un valore elevato.
- Ferrari F40 e supercar da collezione
La Ferrari F40 è un’auto prodotta in numeri limitati: 1.311 esemplari complessivi, tra il 1987 e il 1992. Di questi, 213 furono destinati al mercato statunitense. La produzione inizialmente doveva essere molto più limitata, intorno a poche centinaia di unità, ma la forte domanda portò Ferrari ad aumentare il numero finale. Negli ultimi anni gli esemplari migliori hanno raggiunto valutazioni molto elevate: per la Ferrari F40 si è registrato un prezzo medio di vendita di circa 2,77 milioni di dollari e una vendita massima registrata a 6,6 milioni di dollari nel gennaio 2026.
- Hermès Birkin e Kelly nel mercato delle borse di lusso
Un altro caso reale, anche se diverso da vino, arte e auto, è quello delle borse Hermès Birkin e Kelly. Sono beni di lusso diventati oggetti da collezione perché la domanda supera spesso la disponibilità. Alcuni modelli Hermès avrebbero avuto forti aumenti tra il 2022 e il 2025: la Mini Kelly II viene citata con una rivalutazione superiore al 300% (da circa 9.200 dollari a 36.980 dollari secondo alcuni dati), mentre alcune Birkin avrebbero registrato aumenti molto elevati nello stesso periodo (passando da circa 30.000 a oltre 115.000 dollari). È un esempio utile perché mostra che fattori come una scarsità controllata, una reputazione del marchio e un accesso difficile al prodotto possano creare un mercato secondario molto forte.
- Romanée-Conti 1945 e vini rarissimi da collezione
Nel settore del vino, un caso estremo è quello di una bottiglia di Romanée-Conti 1945, venduta nel 2026 per 812.500 dollari da Acker. La stessa bottiglia era stata venduta da Sotheby’s nel 2018 per 558.000 dollari. È un esempio molto particolare, non rappresentativo di tutto il mercato del vino, ma rende bene l’idea di come questo mercato abbia un altro concetto di volatilità e che quando un bene è rarissimo, tracciabile e desiderato da collezionisti globali, il prezzo può crescere molto anche in un settore che nel frattempo ha attraversato fasi complicate.
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