Dfp, Istat: nel 2025 spesa per Superbonus a 8,4 miliardi, Medio Oriente cambia lo scenario base
L'audizione del presidente Chelli.
(Teleborsa) - Superbonus e impatto della crisi in Medio Oriente tra gli argomenti presentati dal presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli, alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato durante l'audizione sul Documento di Finanza Pubblica. Chelli ha voluto sottolineare il "ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti" dell'istituto e ha ricordando che "il processo di validazione dei Conti di finanza pubblica prodotti dall'Istat da parte delle istituzioni comunitarie segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei", rispondendo così alle critiche dei mesi passati.
I dati trasmessi a Eurostat il 31 marzo confermano il deficit 2025 al 3,1% del PIL, un decimo sopra la stima del 3% indicata nel DPFP di ottobre, "ascrivibile principalmente alle maggiori spese connesse ai crediti d'imposta del Superbonus", ha evidenziato l'Istat. La spesa per il Superbonus nel 2025 è risultata di poco inferiore a 8,4 miliardi, depurata delle irregolarità rilevate dall'Agenzia delle Entrate. In positivo, l'avanzo primario è salito allo 0,8% del PIL (da 0,5% nel 2024) e le entrate tributarie e contributive hanno mostrato una dinamica "più sostenuta di quanto atteso", spingendo la pressione fiscale al 43,1% del PIL dal 42,4% del 2024.
Il debito pubblico si attesta al 137,1% del PIL, più basso del previsto grazie ai risultati migliori del 2024, ma con una crescita superiore al programmato per gli impatti di cassa dei crediti edilizi pregressi.
Il peggioramento delle prospettive per il conflitto in Medio Oriente ha imposto una revisione dello scenario base: la crescita reale del PIL è rivista al ribasso di circa un decimo nel 2026 e due decimi nel 2027, mentre l'inflazione è ora attesa al 2,9% nel 2026, rispetto all'1,7% stimato a ottobre. Il deficit è atteso scendere sotto il 3% già nel 2026 (2,9%), con un percorso di progressiva discesa al 2,8% nel 2027, 2,5% nel 2028 e 2,1% nel 2029. Il rapporto debito/PIL salirà invece a 138,6% nel 2026 prima di rientrare negli anni successivi.
Sul fronte dei prezzi al consumo, dopo il minimo di gennaio 2026 (+1%), l'inflazione NIC ha accelerato a febbraio (+1,5%) e marzo (+1,7%), con i beni alimentari non lavorati in forte rialzo (+4,7% a marzo). La quota di famiglie che si attende un aumento dei prezzi è balzata al 58,1% a marzo dal 41,7% di febbraio. Chelli ha ricordato che "le potenziali spinte inflazionistiche innescate dal conflitto riportano in primo piano il problema della tenuta del potere d'acquisto", già indebolito dal biennio 2022-2023: tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali.
Nel 2025 i salari hanno però recuperato terreno, con retribuzioni contrattuali a +3,1% e retribuzioni di fatto a +2,6%, contro un'inflazione IPCA all'1,7%.
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